Il parto – Mamma e bambino http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino Un nuovo sito targato WordPress Fri, 27 Apr 2018 18:10:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.6.11 Ci sono contrazioni e contrazioni: impariamo a conoscerle http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=349 Mon, 13 Oct 2014 14:05:13 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=349 Continua a leggere]]> contrazioni doglieIl ventre si contrae, si indurisce, resta in tensione per qualche minuto e poi torna a rilassarsi. Chi è in attesa ed ormai prossima al parto, conosce bene questi movimenti: si tratta delle contrazioni di “Braxton Hicks” importanti perchè preparano il collo dell’utero all’espulsione: « Concretamente – spiega la professoressa Antonella Cromi ginecologa della clinica ostetrica al Del Ponte di Varese – si tratta dell’accorciamento delle fibrocellule muscolari che formano la parete dell’utero. La loro funzione è quella di modificare e dilatare la cervice uterina e far progredire il bimbo verso il canale del parto».

Le contrazioni di Braxton Hicks cominciano ad avvertirsi circa sei settimane prima del termine e lavorano per rendere più morbido e cedevole il collo dell’utero. Sono, in genere, fastidiose ma mai dolorose e per questo si differenziano da quelle che determinano l’inizio del travaglio.

La dottoressa Cromi è responsabile dell'ambulatorio di gravidanza patologica

La dottoressa Cromi è responsabile dell’ambulatorio di gravidanza patologica

Già prima di quest’epoca di gravidanza, comunque, la donna può avvertire l’indurimento dell’utero. Si tratta di reazioni a stimoli esterni: « Sin dal secondo trimestre – spiega la professoressa Cromi – si avvertono a volte irrigidimenti della parete uterina: così l’utero replica a stimoli esterni come la stanchezza, lo stress, il sesso, ma anche interni quando il feto è particolarmente vivace e si muove molto. Queste contrazioni non sono mai dolorose e, soprattutto, sono sporadiche e non pericolose. Potrebbero essere un monito se si è esagerato un po’ troppo nel corso della giornata e si arriva a sera stanchi. In questi casi è sufficiente rallentare i ritmi e permettere al corpo di riposare adeguatamente. Ribadisco: queste contrazioni sporadiche e non dolorose sono del tutto innocue e non inducono al travaglio pretermine».

Altra cosa, quindi, le contrazioni che preparano alla nascita: « Sono francamente fastidiose e anche dolorose e, soprattutto, sono regolari: iniziano lentamente, arrivano all’apice e poi recedono lasciando un intervallo di tempo libero. Quando questo tempo di quiete si accorcia, ci si avvicina al travaglio, che entra nel vivo quando l’attesa tra una contrazione e l’altra scende sonno i dieci minuti».

Se le contrazioni diventano dolorose, regolari e con un intervallo di attesa inferiore a 10 minuti è ora di recarsi in ospedale: « Farei un’importante distinzione – specifica la ginecologa – nel caso di primo figlio, i tempi sono decisamente più lunghi e c’è tutto il tempo di prepararsi con calma al trasferimento in ospedale. Il secondo figlio, invece, ha di solito tempi più brevi. Nel caso di parto gemellare, infine, le tempistiche non cambiano, ma in questi casi, però, l’attenzione è più alta perché, in genere, la nascita avviene pretermine».

Dopo il parto l’utero continua il suo movimento contraendosi per espellere anche la placenta. Si tratta di una contrazione non dolorosa ma costante, fondamentale per evitare che vi siano eccessive perdite di sangue dopo che la placenta si è staccata dalla parete uterina.

Indurimenti si possono continuare a sentire anche successivamente durante il puerperio: nel caso di primo figlio si tratta di contrazioni sporadiche che non fanno male, ma che diventano un po’ più dolorose nel caso di secondo, terzo figlio. Si tratta della fisiologica involuzione dell’utero che dopo la gravidanza deve ritornare piccolo, delle dimensioni pre-gravidiche. Questi “assestamenti” dell’utero si avvertono nei primi giorni dopo il parto, soprattutto in concomitanza con l’allattamento (allattando viene prodotta ossitocina che fa contrarre l’utero) e generalmente sono ben tollerati, senza necessità di dover assumere analgesico.

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Tincontro: quando l’aiuto tra genitori aiuta il reparto http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=254 Mon, 24 Feb 2014 14:25:39 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=254 Continua a leggere]]> La culletta termica

La culletta termica

La maternità è un evento gioioso, atteso, fantasticato. Si attende che la Natura faccia il suo corso per poter assistere al miracolo della vita che si rinnova. È un progetto che si sviluppa in nove mesi, un percorso di avvicinamento fisico ma anche psicologico. Poi, qualcosa accade. E il finale, diverso da quanto fantasticato, lascia spauriti. Il piccolo arriva in anticipo, qualcosa va storto e la Natura accelera il suo rituale. Il parto avviene quando ancora non si è pronti: in anticipo, con un carico di preoccupazione e di ansia per quella vita sbocciata prematuramente. L’abbraccio materno e paterno si svuota mentre il bimbo viene affidato alle cure di medici e infermieri, deposto in una culla termica, collegato a macchine. Così inizia un nuovo percorso inaspettato: nel reparto di terapia intensiva neonatale. Un luogo quasi invisibile ai più, un luogo riservato a pochi, carico di emozioni e di ansie.

Ed è qui che è nata Tincontro, un’associazione di volontariato ONLUS che si propone di promuovere il supporto ai genitori e familiari dei piccoli ricoverati. «L’obiettivo è quello di alleviarne il disagio e permettere loro di affrontare in modo più sereno la nascita, il ricovero in ospedale e il ritorno a casa – spiega il presidente Daniele Donati – L’idea è

Il presidente di Tincontro Daniele Donati

Il presidente di Tincontro Daniele Donati

nata dopo il ricovero del nostro piccolo Alessandro nel reparto di Terapia intensiva dell’’ospedale Meyer di Firenze. Qui abbiamo incontrato un’associazione di genitori che ci ha veramente supportato in tutto: arrivati in una città sconosciuta, con la testa occupata da mille pensieri, ci ha facilitato la permanenza, aiutandoci nei piccoli grandi dettagli del  soggiorno. Tornati a Varese, insieme ad altri genitori della Tin abbiamo pensato di fondare un’associazione con le medesime finalità. Abbiamo presentato il progetto al dottor Agosti, il primario, che ha accolto favorevolmente l’idea, condividendone obiettivi e modalità»

Così, l’associazione Tincontro è nata per aiutare chi arriva in reparto e si sente sperduto: «Non esiste una ricetta per affrontare le emozioni che si vivono in terapia intensiva neonatale. Ogni giorno, ogni ora sono pesanti e dolorosi. E così abbiamo pensato ad azioni differenziate per stare accanto e sostenere i genitori in un momento così delicato: dal progetto di musicoterapia durante il ricovero per favorire il legame genitori-bambino alla pubblicazione del libro “C’era una volta un delfino piccolo piccolo” un piccolo manuale “di sopravvivenza” illustrato che viene regalato ai genitori della Tin, fino ad un aiuto concreto svolto dalle volontarie che ogni giorno prestano servizio all’interno del reparto supportando le mamme e i bambini in fase di dimissione, attraverso semplici ma efficaci mansioni di sostegno alla mamma che in questa fase delicata necessita di un accompagnamento nel prendersi cura del proprio bambino.

La nostra ultima iniziativa è il progetto “curare chi cura”: si rivolge a tutte quelle madri che una volta tornate a casa dal reparto di terapia intensiva con il proprio bambino sentono la necessità di un aiuto domiciliare. Il progetto in collaborazione con l’associazione il Melograno di Gallarate, offre la possibilità di aiuto concreto e di un supporto emotivo da parte di psicopedagogiste e volontarie dell’associazione Tincontro appositamente formate. Iniziato un po’ in sordina, il progetto si è sviluppato velocemente e oggi sono moltissime le richieste di aiuto per superare le fragilità del ritorno a casa. Inoltre, in collaborazione con la Comunità Montana del Piambello partirà un ulteriore progetto di follow up per i bimbi prematuri nati sopra la 32 settimana gestazionale e residenti in quella zona».

Un aiuto a casa da parte di pedagogiste e volontarie

Un aiuto a casa da parte di pedagogiste e volontarie

Tincontro ha inoltre supportato l’acquisto di macchinari scientificamente avanzati, ha sponsorizzato corsi di formazione per il personale “per contribuire a migliorare il funzionamento del reparto”.
I finanziamenti per i progetti provengono sia da bandi provinciali sia da raccolte fondi private. «In particolare abbiamo appena concluso una campagna con Toycenter a livello regionale per sensibilizzare la popolazione rispetto al tema della prematurità e contemporaneamente per raccogliere fondi che ci permetteranno di finanziare parte dei nostri progetti. Il nostro lavoro si sviluppa in stretta collaborazione con il reparto: il continuo scambio con gli operatori, in particolare con la psicologa, è fondamentale per individuare i bisogni e le difficoltà e strutturare progetti ad hoc».

« La Tin è un reparto dove è necessaria una grande collaborazione tra tutte le sue  componenti – commenta il primario dottor Massimo Agosti – Il carico emotivo è molto alto, per questo occorre sintonia. Tincontro è entrata in questo reparto in modo discreto ma fondamentale».

Nel reparto invisibile, tutto si muove con grande lievità per permettere ai piccoli delfini di trovare la strada del mare aperto.

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Come favorire il rapporto genitore figlio http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=252 Mon, 24 Feb 2014 13:55:28 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=252 Continua a leggere]]> La culla che si aggancia al tetto

La culla che si aggancia al tetto

Costruire una forte relazione genitore-figlio appena dopo il parto. Era questo l’obiettivo di un progetto, appena concluso, proposto dalla Coop. Focus, per formare e sensibilizzare degli operatori dei reparti di Ostetricia e Ginecologia degli Ospedali Causa Pia Luvini di Cittiglio, Filippo Del Ponte di Varese e Presidio Ospedaliero di Busto Arsizio e Tradate.

La struttura attuale della società porta le famiglie a vivere in maniera sempre più isolata, manca il tessuto sociale di riferimento e le reti sociali e territoriali cui la famiglia si potrebbe rivolgere, per chiedere sostegno e aiuto, sono poco conosciute.

Il progetto quindi è stato ideato per sostenere le famiglie che vivono l’esperienza della nascita, attraverso la formazione del personale ospedaliero sulle tematiche del contatto e pratiche relazionali facilitanti come il portare il bambino con supporti non strutturati. La fattiva partecipazione di operatori ospedalieri di diversa specializzazione ha consentito uno scambio esperienziale che ha aggiunto valore alla formazione. Al termine di ogni corso sono state consegnate, ad ogni plesso, due fasce porta bebè da utilizzare in reparto e per i genitori materiale informativo. Al reparto sono inoltre stati consegnati dei poster fotografici, che attraverso la semplice immagine mamma-bambino, valorizzano positivamente la costruzione di una relazione efficace sin dai primi giorni.

Soddisfazione è stata espressa dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto Onlus il cui contributo ha contribuito alla realizzazione del progetto e che promuove, da Statuto, il miglioramento della qualità della vita della Comunità del Varesotto stimolandone lo sviluppo civile, culturale, ambientale, ed economico, sviluppando la cultura del dono e la coesione sociale.

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Il reparto “invisibile” che cura i bimbi prematuri http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=243 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=243#comments Thu, 30 Jan 2014 08:51:13 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=243 Continua a leggere]]> La Tin dell'ospedale Del Ponte

La Tin dell’ospedale Del Ponte

«Non avrei mai pensato che esistesse un reparto simile». Quante volte i genitori che hanno dovuto utilizzare il reparto di Neonatologia-TIN (terapia intensiva neonatale) hanno avuto questo pensiero. È un reparto “invisibile”. Una di quelle realtà presenti, segnalate, ma che gli occhi fanno fatica a mettere a fuoco. Venti culle ospitate al piano terreno dell’ospedale Del Ponte. Qui arrivano tutti i bimbi prematuri sofferenti del territorio: « La Regione ci ha assegnato il ruolo a livello provinciale – spiega il primario della neonatologia e della TIN Massimo Agosti – Abbiamo un’ambulanza attrezzata con un’ incubatrice da trasporto operativa 24 su 24 ore.  Nel nostro Ospedale assistiamo, oltre a tutti i neonati sani, anche tutti quei neonati che sono prematuri, oppure affetti da difficoltà alla nascita,  con malformazioni o  problemi chirurgici, non solo nati al Del Ponte, ma anche in tutti gli altri punti nascita del nostro territorio, ovvero Cittiglio, Angera, Gallarate, Busto Arsizio e Tradate».

Il primario della Neonatologia e TIN all'ospedale Del Ponte Massimo Agosti

Il primario della Neonatologia e TIN all’ospedale Del Ponte Massimo Agosti

Questi neonati rappresentano circa l’8-10% della totalità dei nati: « Ogni persona è preparata ad affrontare la gravidanza a termine e il parto fisiologico – spiega Agosti – Ed è giusto che sia così perchè la gravidanza non è una malattia ma una condizione. Quando il bimbo nasce “patologico”, si apre un mondo completamente diverso. Le ansie relative all’allattamento, al bagnetto, al pannolino, improvvisamente svaniscono e nuove preoccupazioni emergono. Madre e padre vengono catapultati in una dimensione sconosciuta. Il progetto pensato e cullato per mesi, viene stravolto: il neonato viene portato in un reparto diverso dalla mamma (la Neonatologia_TIN appunto), preso in carico da medici e infermieri, collocato in una incubatrice e spesso collegato a macchine attraverso tubi e cannule».

Dopo l’iniziale sconcerto, comincia il cammino dei due genitori che rimangono in bilico, aggrappati a discorsi medici che si fa fatica a comprendere: « In questa fase, il padre assume un ruolo centrale – commenta il primario – è lui il primo a scendere nella TIN. A lui per primo si spiega la situazione, si forniscono gli strumenti per imparare a gestire il complesso momento. Insieme al padre, poi, il neonatologo riferirà alla madre, che attende nel suo letto di ostetricia e che, non appena sarà in grado di poterlo fare, verrà poi a conoscere e a trovare suo figlio».

La culletta termica

La culletta termica

Il momento della consapevolezza è molto delicato, per questo, in reparto lavora anche una psicologa dedicata, la dottoressa M. Elena Bolis: « Noi dobbiamo fare in modo che dallo sconcerto iniziale emerga gradualmente la consapevolezza del proprio ruolo, fondamentale e terapeutico per il proprio bambino. La cura, infatti, pur essendo principalmente medica ed infermieristica, vede una componente psicologica-relazionale importante: si parla di tecnologia e scienza ma anche di affettività. Padre e madre vengono invitati ad essere presenti accanto al bimbo fin dai primissimi momenti di ricovero in Terapia Intensiva, incoraggiando il contatto precoce e il progressivo recupero della relazione, interrotta così bruscamente dal parto prematuro».

In reparto è attivamente presente l’associazione “Tincontro”, nata dalla volontà di alcuni genitori di aiutare quanti si trovano ad affrontare l’esperienza della  prematurità: « Il nostro ruolo è estremamente delicato – spiega Daniele Donati, presidente dell’Associazione “Tincontro” – visto che operiamo in una terapia intensiva neonatale dove l’emotività e i vissuti dei genitori sono spesso molto forti. In sinergia con il personale del reparto, abbiamo pensato di promuovere iniziative differenziate per supportare il lavoro degli operatori e i vissuti dei genitori: dall’ acquisto di attrezzature, al sostegno della formazione, al progetto di assistenza domiciliare».

La terapia intensiva neonatale è quindi uno spazio di grandi tensioni e forte emotività. I medici e gli infermieri lavorano cercando il giusto equilibrio tra aspettative e qualità della vita, eutanasia passiva e accanimento terapeutico: « Dobbiamo sempre cercare il bene del paziente – commenta Agosti – ovvero il suo miglior interesse, avendo presente l’ambiente e le condizioni di vita. Viviamo in un contesto, quello attuale, ad alta tecnologia, per questo ogni scelta va ponderata attentamente».  Parliamo di bimbi che nascono anche sotto il chilo, piccolissimi esseri viventi che lottano con tutte le forze: « Le condizioni di intervento sono diverse a seconda delle cause di prematurità: possono esserci casi legati alle condizioni fisiche del feto, che nasce con una fragilità più accentuata, e casi legati ad insufficienza della placenta. I motivi sono diversi: possono essere legati all’età materna o a difficoltà di riproduzione pregressa, a infezioni che intervengono, piuttosto che a uso di sostanze. Ci possono essere anche cause genetiche o idiopatiche cioè sconosciute alla scienza».
La prematurità, inoltre, è legata all’età della nascita: ogni settimana  che passa è fondamentale per aumentare le probabilità di sopravvivenza. Tra la 24esima settimana di gestazione e la 26esima ci sono grandi diversità e aspettative.

In quasi 30 anni di attività, il dottor Agosti ha conosciuto tante storie, diverse e drammatiche. Ha visto lo sviluppo della tecnologia e l’aumento delle possibilità di salvare i prematuri. Ha lottato perché si aumentassero gli strumenti ma anche le diverse professionalità al servizio di neonati e genitori.

Nel futuro reparto di Neonatologia-TIN all’ospedale Del Ponte, le culle della TIN dovrebbero aumentare a 30 con spazi differenti a seconda della gravità della situazione. Una cosa, però, il primario sa per certo: «Continueremo a lottare per difendere l’importanza della cultura della nascita, sia in condizioni di normalità sia e –soprattutto- in condizioni di patologia, quindi di difficoltà».

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Partorire senza dolore, con l’epidurale http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=233 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=233#comments Tue, 14 Jan 2014 14:46:46 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=233 Continua a leggere]]> Iniezione epidurale

Iniezione epidurale

Si ritiene che il dolore di un parto sia secondo solo a quello che si prova nell’amputazione i un dito. I recettori periferici in contatto con il cervello sono molteplici. Ecco perché, tra le maggiori paure delle donne che si accingono a partorire o che pensano alla maternità ci sia proprio il momento conclusivo della gravidanza: quello del parto. Sin dagli antichi egizi, si sono sviluppate tecniche, pratiche e sostanze per limitare la sofferenza della partoriente.  Dagli anni ’30, però, quando si individuò la possibilità di bloccare, con la tecnica peridurale, la trasmissione degli impulsi del dolore dalla periferia al cervello, molto si è fatto per ridurre al minimo il dolore. Negli  anni ’60, questo sistema venne utilizzato efficacemente anche in sala parto. Si tratta dell’iniezione di una sostanza anestetica nello spazio peridurale della colonna vertebrale che interrompe il flusso nervoso dai ricettori periferici al cervello.

Carolina Zannoni anestesista all'ospedale Del Ponte

Carolina Zannoni anestesista all’ospedale Del Ponte

All’ospedale Del Ponte di Varese lo scorso anno sono stati effettuati circa 1150 parti in analgesia a cui si aggiungono 800 anestesie spinali per i tagli cesarei: « Praticamente ogni anestesista di sala parto ha una media di 2-3 manovre di blocco centrale al giorno e questo ci permette di avere una buona manualità – spiega la dottoressa Carolina Zannoni, anestesista all’ospedale Del Ponte – La tecnica è decisamente migliorata nel corso degli anni e anche i materiali utilizzati. La percentuale di efficacia è elevata: i rarissimi casi di insuccesso vanno poi letti con attenzione. Perché l’analgesico faccia effetto occorre del tempo: se una donna si presenta a ridosso della fase espulsiva è comprensibile che non ne tragga giovamento. Grazie al catetere, noi possiamo modulare concentrazione e tempi di somministrazione del farmaco, a seconda di quello che sente la donna». Le manovre effettuate ( peridurali + spinali ) sono in media 6 al giorno.

Per poter partorire in analgesia è altamente consigliabile una visita preventiva nell’ambulatorio apposito: « Durante la gravidanza, nell’ambito dei corsi di preparazione al parto , ogni terzo martedì del mese, agosto escluso, in un incontro informativo aperto a tutte le gravide e ai loro compagni , spieghiamo cosa sia l’epidurale, come funziona, quali conseguenze comporta, e qual è il ruolo dell’anestesista in sala parto. – spiega la dottoressa – Quindi le invitiamo a prendere appuntamento perché un specialista possa redarre la cartella necessaria al momento del parto. L’ambulatorio è aperto tutti i giorni dal lunedì al venerdì e basta chiamare in ottagono per fissare un appuntamento. Alla visita, che deve essere effettuata dalla 36esima alla 38esima settimana, e prenotata con un certo anticipo, chiediamo di portare gli esami ematici specifici con controllo di piastrine e coagulazione completa oltre alla cartella ostetrica. Nel corso dell’incontro chiediamo informazioni sulla storia della paziente e l’anamnesi generale. Queste visite diventano importantissime soprattutto nei casi difficili, quando si è in presenza di patologie: avere sotto mano la fotografia del caso facilità il compito nella fase compulsiva dell’espulsione. Ricordo che il parto in analgesia avviene solo su richiesta della donna che firma il consenso informato».

Ma come avviene? La donna,  quando è in travaglio, se richiede l’analgesia, si posiziona sul lettino, della “sua” sala travaglio-parto, in posizione seduta o su un fianco. Intanto l’anestesista si prepara ad effettuare una manovra sterilmente : prepara se stessa, il  tavolino e la zona dove verrà inserito il cateterino. La donna e il bimbo vengono costantemente monitorati sia con  cardiotocografia  sia con bracciale della pressione e saturimetro.  Si esegue, quindi, un’anestesia locale nella zona lombare, poi, con un apposito ago e utilizzando la tecnica chiamata “a perdita di resistenza”, si posiziona il cateterino nello spazio peridurale , inserendolo per 2/4 cm, tra il terzo e il quarto o tra il secondo e il terzo spazio intervertebrale lombare .  Dopo aver rimosso l’ago e medicato, si comincia a iniettare l’anestetico locale, si fissa il cateterino ad una spalla dopo aver completato la medicazione e si collega ad una pompa siringa che rilascia l’anestetico a un volume orario variabile a seconda della risposta della donna  e si attende circa mezz’ora che faccia il suo effetto. In questo lasso di tempo, la donna deve rimanere a letto sempre monitorata, seppure libera di assumere diverse posizioni. «I volumi e la concentrazione del farmaco vengono decisi tenendo conto di ciò che “sente “ la donna – spiga la dott.ssa Zannoni-  pur sempre alla luce di protocolli collaudati».

Dopo la prima mezz’ora ferma a letto, la donna si può muovere liberamente e cercare, d’intesa con l’ostetrica, la posizione migliore. Il compito dell’anestesista, a questo punto, diventa solo di discreta supervisione esterna  perché il parto procede normalmente. Solo in caso di necessità o complicanze viene richiamato. L’infusione del farmaco si interrompe con la nascita del bimbo anche se il cateterino viene rimosso in seguito: come minimo si attendono due ore per far finire completamente l’effetto anestetizzante così che la rimozione avvenga senza provocare alcun problema.

EFFETTI COLLATERALI: in circa il 20% dei casi, può capitare l’ipotensione che, di solito, si risolve facilmente facendo sistemare la donna sul fianco sinistro. Solo se il problema permane, vengono somministrati liquidi via flebo.  Può avvenire che insorga prurito generalizzato, un disturbo che viene ben tollerato senza alcun intervento. Una conseguenza è anche la “lateralizzazione”: la donna percepisce un lato più addormentato dell’altro . « Questo accade soprattutto in quei casi dove il travaglio , e quindi l’analgesia ,sono prolungati come nei casi di parto indotto».

COMPLICANZE: la principale è la cefalea , circa tra i 3 e i 6 casi all’anno ( 0,3-0,5%) « È conseguenza  della puntura della dura madre e se ne accorge chi sta effettuando la tecnica. Voglio però chiarire che è una complicanza benigna, cioè che passa senza lasciare alcuno strascico o possibilità di reiterarsi.  Il mal di testa compare tra le 24 e le 48 ore dopo la puntura e può durare sino a 15 giorni.  Si definisce “posturale” perché insorge quando si sta in piedi mentre scompare in posizione sdraiata. Nei casi di cefalea, noi tratteniamo la paziente per tutto il tempo del sintomo che curiamo con la posizione supina e se necessario antidolorifici compatibili con l’allattamento.

In caso di manovre particolarmente difficoltose,che richiedano più punture, può residuare una dolenzia lombare.  Rarissime, infine, sono le complicanze di tipo neurologico come ha dimostrato una ricerca britannica del 2009».

CONTROINDICAZIONIassolute rifiuto della tecnica coagulopatie
infezioni locali ( nel sito dove deve essere eseguita la puntura )
infezioni sistemiche con febbre relative
Interventi maggiori al rachide dorsale
Allergia ad anestetici locali
Assunzione di farmaci anticoagulanti, antiaggreganti
Presenza di tatuaggi, angiomi cutanei o neoformazioni nel sito di puntura

Per gli anestesisti, può essere difficoltoso individuare l’esatto punto dove pungere per inserire il catetere: « Dipende molto dalla donna, dalla sua corporatura ma anche dalla sua capacità di distendere bene la schiena e appiattire la colonna, nonostante la presenza del bimbo in grembo. Noi agiamo in spazi di millimetri, basta un piccolissimo movimento che dobbiamo ricalcolare tutto. Se, poi, insorge una contrazione, allora ci blocchiamo e attendiamo che passi completamente. Quando necessario ci aiutiamo con l’ecografia ».

Tecnica e posizioni si ripetono anche nel caso del parto cesareo con anestesia spinale: « Ricordiamoci, però, che in questo caso si tratta di un intervento chirurgico. La tecnica è simile anche se  si usano aghi differenti perché il farmaco viene iniettato oltre la dura madre, direttamente nel liquido cefalo-rachidiano. Anche farmaco, volumi e concentrazione sono diversi perché dobbiamo ottenere una anestesia, cioè un blocco in grado di far eseguire l’intervento. L’analgesia epidurale invece è volta al solo controllo del dolore non coinvolgendo la capacità di movimento della donna o la sua forza di spinta».

Oltre alle controindicazioni alla tecnica peridurale esposte prima , non ci sono complicanze specifiche per la gravida e la puerpera, né riguardo all’andamento del travaglio-parto né per il post-partum .

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Anoressia o vigoressia: quando il cibo diventa malattia http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=227 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=227#comments Mon, 23 Dec 2013 10:35:06 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=227 Continua a leggere]]> AllattamentoIl rapporto con il cibo è un rapporto di relazione. Sin dai primi giorni di vita: « Ci sono casi di neonati anoressici – spiega il dottor Leonardo Mendolicchio, direttore sanitario di Villa Mira lago a Cuasso – bimbi che rifiutano il latte. Se il piccolo non si sente a suo agio mentre mangia, manifesta così il suo stato  d’animo. In questi casi si deve lavorare sulla madre, sul suo livello di ansia e di insicurezza. Spesso si pensa che il figlio abbia bisogno solo di cibo, sottovalutando tutto il contesto dell’accoglienza. Modificando l’ambiente e il rapporto anche fisico, il piccolo ne trae subito giovamento. Sono dinamiche che possono ripresentarsi sino ai 6 o 7 anni, il cibo diventa il simbolo del rapporto con i genitori: mi prendo cura o ti ignoro. Quando l’attenzione supera il semplice rapporto alimentare, l’equilibrio viene ritrovato. L’importante, dunque, è non confondere il cibo con il dono d’amore».

Leonardo Mendolicchio, direttore sanitario Villa Mira Lago

Leonardo Mendolicchio, direttore sanitario Villa Mira Lago

I disturbi alimentari sono uno dei tanti problemi psicologici che possono presentarsi nel corso della vita: « Un insuccesso, una delusione amorosa ma anche un’insufficienza a scuola possono sconvolgere l’equilibrio mentale. Il proprio corpo diventa il capro espiatorio del malessere e tutto si concentra nel cibo».

Oggi, anoressia, bulimia o  fame compulsiva ( dove si mangia smodatamente senza compensare) sono disturbi che colpiscono i giovani in età sempre più bassa: « I  ragazzi vivono in una società dell’immagine bombardati dal mito della potenza. Sono spesso soli, informatissimi ma vuoti a livello di relazioni. Reagiscono alle proprie debolezze concentrandosi sul corpo: c’è chi si maltratta ma c’è anche chi, e ci sono moltissimi ragazzi, si costruisce un fisico da culturista. Si inizia a variare l’alimentazione e a chiudersi in palestra perdendo qualsiasi contatto con la realtà circostante: sono i casi di “vigoressia”. Lo spartiacque tra passione e patologia sta proprio quando l’idea diventa fissa ed esclusiva».

I campanelli d’allarme  esistono, basta stare in ascolto: « Se il rifiuto di dolci e zuccheri diventa costante e intransigente, se dopo il pasto si chiude in bagno per mezz’ora ogni volta, se aumenta  decisamente l’attività fisica, se perde progressivamente ogni contatto con amici e compagni, se i risultati a scuola crollano, allora è bene rivolgersi a uno specialista, uno psichiatra o un neuropsichiatra infantile, con cui indagare la situazione. Se, poi, emergesse l’evidenza di un disturbo alimentare, allora sarebbe bene allargare l’indagine con un’equipe che comprenda psicoterapeuta, nutrizionista e dietologo».

bulimiaA Varese, è possibile rivolgersi all’ospedale di Circolo di Varese, al dottor Stefano Rossignoli ma anche alla stessa Villa Mira Lago, struttura convenzionata con il Servizio sanitario regionale e nazionale. La struttura residenziale è la più grande d’Italia e tra le maggiori in Europa, con i suoi 46 letti di degenza, di cui 6 riservati ai minori. L’elevata richiesta, però, crea sempre delle liste d’attesa di sei o sette mesi.

« Guarire è possibile – tranquillizza il dottor Mendolicchio – la tempestività dell’intervento, però, è fondamentale. È bene, dunque, rivolgersi subito allo specialista. Il rischio di trascinare la situazione porta alla possibile cronicizzazione della malattia. Questi sono ragazzi che giocano con la morte, la sfidano costantemente, per cui l’equilibrio è sempre precario. Il disturbo sottovalutato in età adolescenziale può incidere sia sulla crescita sia sullo sviluppo dell’apparato sessuale. Il pericolo che un evento esterno di squilibrio possa intervenire, inoltre, rimane sempre. Diverso, invece, il percorso di guarigione che punta a distogliere l’attenzione dal corpo esterno per focalizzarsi sul proprio interiore. Noi, a Villa Mira Lago, lavoriamo sull’amore incondizionato di sé, cercando di capire la bellezza della propria umanità».

Anoressia, bulimia e fame compulsiva, nonostante si presentino spesso in età adolescenziale, non sono circoscritte a questa fase della vita. In ogni momento, davanti a qualsiasi delusione, può scattare nella testa un meccanismo distorto verso il cibo:« Sono in aumento gli anziani, soprattutto le donne che, dopo una vita al servizio di altri, si ritrovano sole e spaesate. A volte, è la menopausa che innesca l’angoscia perchè il proprio corpo non è più performante».

Nonostante la diffusione di queste debolezze psicologiche, il dottor Mendolicchio sottolinea un dato positivo: « La cultura e l’informazione più vaste stanno portando a una maggiore consapevolezza della malattia e della necessità di chiedere aiuto. È giusto che la gente sappia che non ci si deve terrorizzare: le risposte ci sono, così come  l’aiuto per affrontare il cammino».

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Un prelievo di sangue scopre le malattie genetiche http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=222 Thu, 19 Dec 2013 13:41:36 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=222 Continua a leggere]]> Sequenza di DNA

Sequenza di DNA

Tutti gli essere umani presentano anomalie nel proprio DNA. Nella maggior parte dei casi queste non hanno alcuna conseguenza. Alcune, però, sono responsabili di patologie, sindromi gravi, predisposizione a malattie. È sulla ricerca di questi difetti e del loro significato che si concentra la genetica medica i cui progressi sono costanti grazie all’evoluzione tecnologica: « La possibilità di queste indagini – spiega il dottor Rosario Casalone, primario dell’unità operativa dipartimentale SMEL specializzato in Citogenetica e Genetica Medica, dell‘Ospedale di Circolo di Varese afferente al Dipartimento Materno Infantile – è strettamente legata alle innovazioni tecnologiche. È un ambito di studio in continua evoluzione e negli ultimi due anni sono state introdotte metodologie di indagine che hanno permesso enormi passi avanti».

Il dottor Rosario Casalone

Il dottor Rosario Casalone

Sono due le novità tecnologiche che stanno fornendo i maggiori risultati di utilità clinica: la tecnologia array-CGH e quella chiamata “Next Generation Sequencing” (NGS). La prima è già proficuamente utilizzata, anche dall’Ospedale di Varese, sia in epoca postnatale per la identificazione delle cause di ritardo mentale e malformazioni congenite, sia in epoca prenatale in casi selezionati, mentre la seconda inizia soltanto ora a trovare una applicazione clinica: « Queste indagini sono complesse e hanno sempre bisogno di essere interpretate da un genetista esperto. Il nostro è inoltre davvero un lavoro trasversale di equipe che coinvolge anche specialisti di altre discipline, a seconda del campo di indagine. Questi costosi test devono essere effettuati soltanto dopo un inquadramento clinico dei pazienti e delle varie situazioni tramite una visita di genetica medica».

I test genetici vengono sempre preceduti e seguiti da un colloquio con lo specialista in genetica: « È importante illustrare ai pazienti il tipo di esame che si effettua, ciò che esso permette di identificare ed i suoi limiti diagnostici, così da arrivare a un consenso informato. I risultati ottenuti invece, devono essere estesamente spiegati ai pazienti perchè i referti delle due innovative indagini array-CGH e NGS, sono molto complessi.».

« Le malattie genetiche sono ereditarie – spiega il dottor Casalone – per cui il paziente deve essere disponibile a coinvolgere anche il resto della famiglia. Le regole per la privacy quindi sono molto stringenti. Nel consenso informato sottoscritto dai pazienti, si affronta anche il problema della conservazione del DNA per eventuali supplementi di indagine».

prelievoAttualmente, le indagini genetiche non sono in grado di evidenziare la causa di tutte le malformazioni congenite o del ritardo mentale. « Il 50% delle patologie genetiche non ha ancora una causa definita. I tests citati precedentemente aumentano del 20% o più, la possibilità di diagnosticarne la causa. L’ambito di indagine, però, è a tutt’oggi vasto e spesso l’interpretazione dei risultati è complessa in quanto non tutte le alterazioni genetiche sono responsabili di patologie e la raccolta dei dati internazionali in merito non è ancora esaustiva. La tecnologia NGS ha permesso un salto qualitativo perché ha ridotto drasticamente i tempi di indagine: prima occorrevano uno o due anni per studiare due o tre grossi geni, con questa tecnologia c’è la possibilità di lavorare su una pluralità di geni contemporaneamente con tempi e costi ridotti».

Fino ad oggi sono state identificate più di 8000 malattie genetiche. Individuarne la causa permette di calibrare meglio la assistenza clinica e soprattutto di definire il rischio di ripetizione delle stesse patologie, nelle famiglie.

Una altra importante innovazione della ricerca genetica si registra nel campo ostetrico. Alcune indagini prenatali possono, infatti, essere effettuate in modo non invasivo con un semplice prelievo di sangue alla madre: « Attualmente, la diagnosi prenatale non invasiva (NIPD) è un’opportunità reale ma che non viene ancora riconosciuta dal Servizio Sanitario Nazionale, pertanto può essere effettuata soltanto privatamente e il costo è ancora elevato: tra gli 800 e i 2000 euro. Il test si basa sul sequenziamento del DNA fetale che circola libero nel sangue materno. È importante chiarire che è un test di screening e non diagnostico, per cui deve comunque essere integrato con gli altri test come la misurazione della translucenza nucale fetale, le ecografie morfologiche e le eventuali diagnostiche invasive, ad oggi ancora insostituibili nella gestione della gravidanza a rischio».

Il test NIPD si effettua attraverso un prelievo di sangue alla madre a partire dalla decima settimana di gravidanza. Con esso si individuano le trisomie dei cromosomi 21(Sindrome di Down) , 18 o 13, oppure le anomalie numeriche dei cromosomi sessuali (X o Y), ma non le alterazioni in singoli geni o altri tipi di anomalie cromosomiche non di numero ma di struttura che comportano perdite o duplicazioni di materiale  genetico. La capacità di individuare le anomalie citate si aggira attorno al 99% ma c’è una percentuale di falsi positivi ( anche se meno dell’1%) e anche di falsi negativi ( sembra meno dello 0,2%). In caso di positività, dunque, si deve confermare il risultato mediante la villocentesi o la amniocentesi.

E’ molto importante che tutti i test genetici citati, e anche questo, siano accompagnati da una consulenza genetica pre test e a una post test per la interpretazione corretta dei risultati e dei limiti di essi. E’ possibile effettuare una “prima visita di genetica medica” all’ambulatorio di genetica medica dell’ Ospedale di Circolo con l’impegnativa del proprio medico curante. Attualmente in Italia, non si effettua il test che viene offerto da centri esperti prevalentemente negli Stati Uniti. Tra poco sarà tuttavia possibile appoggiarsi anche a due laboratori italiani, a Roma e a Pavia : « Entro uno o due anni – conclude il dottor Casalone – sarà possibile ampliare il campo di indagine includendo nelle possibilità diagnostiche anche altre anomalie cromosomiche o i cosidetti micro-riarrangiamenti citogenetici responsabili di sindromi quali la sindrome di Williams o di Di George».

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La paura del parto http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=190 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=190#comments Wed, 27 Nov 2013 08:31:59 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=190 Continua a leggere]]> La paura del parto

La paura del parto

Chi ha paura della maternità? Le preoccupazioni di una donna verso la nascita di un figlio sono molto diffuse. Quando si è giovani si pensa al dolore, quando si avvicina al parto si teme che qualcosa vada storto, al momento dell’espulsione si controlla affannosamente che tutto sia “a posto”

«Nella società moderna, sembra che livelli elevati di ansia e un vissuto del parto come evento minaccioso siano diventati quasi epidemici – commenta il professor Fabio Ghezzi primario della clinica ginecologica e ostetrica del Del Ponte –   Quando la paura di partorire supera la soglia “fisiologica”, perde la sua connotazione adattativa e diviene una reazione controproducente e  spropositata che impedisce di vivere serenamente l’attesa».

Per imparare a gestire l’ansia, l’azienda ospedaliera di Varese

Il professor Fabio Ghezzi

Il professor Fabio Ghezzi

propone una mattina di conoscenza e confronto. Sabato 30 novembre, nell’aula magna dell’Università dell’Insubria, in via Ravasi 2, è in programma, dalle 8.30 alle 13,  un incontro sulle paure delle future mamme. L’idea è subito piaciuta tant’è che, in poco tempo, ha raccolto 250 iscrizioni. C’è ancora posto per una cinquantina di persone, futuri genitori che vogliono un conforto ma anche una condivisione.

«Il corso si propone un duplice scopo:
1) essere un richiamo a tutti gli operatori in ambito ostetrico, spesso assorbiti dall’impegno di fornire il massimo di sicurezza attraverso mezzi diagnostici e terapeutici sempre più sofisticati, anon trascurare le problematiche intrapsichiche, i problemi del vissuto personale e l’importanza del rispetto della fisiologia
2) aiutare le future mamme  a vivere l’esperienza del parto in modo partecipato e significativo, dando un contributo al processo di condizionamento positivo, di creazione di motivazione,  scelta  e giuste aspettative per l’assunzione di un ruolo di protagoniste attive della nascita».
Al convegno interverranno, oltre al dott. Massimo AgostiDirettore del Dipartimento materno-infantile dell’Azienda ospedaliera, numerosi operatori che entrano in gioco nell’ambito del percorso nascita: non solo ginecologi, ma anche neonatologi, anestesisti, ostetriche, psicologi e psicopedagogisti.

Tra i temi affrontati: la paura dell’imprevisto, la paura del dolore, la paura di non farcela, il timore dell’incontro con il neonato

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Il piccolo nasce: chi lo accoglie? http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=175 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=175#comments Wed, 20 Nov 2013 14:50:47 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=175 Continua a leggere]]> Il bagnetto con acqua e olio

Il bagnetto con acqua e olio

In sala parto si conclude la vita “intrauterina” di un bambino. Il suo arrivo può avvenire nei modi che meglio rispondono alle richieste della madre. In sala parto, oltre alla donna e al suo compagno, ci sono le ostetriche, le infermiere e le puericultrici pronte a prendere il piccolo e a posizionarlo sul petto della madre per il “bonding”.

Il bonding è una pratica introdotta all’ospedale Del Ponte di Varese da un paio d’anni anche se vanta una lunga tradizione. Il piccolo, appena espulso, viene appoggiato sul petto della madre e coperto con un lenzuolino. Questa posizione serve al neonato per ritrovare il suo equilibrio,  messo in discussione dall’arrivo in un mondo pieno di luci e suoni amplificati. Il contatto dura circa due ore, in cui il neonato si avvicina anche al seno della madre per iniziare la suzione. È una fase di rilassamento per il piccolo ma anche per la madre che rimane coinvolta da questo rapporto speciale, mentre si completa la fase del parto con l’espulsione della placenta e l’eventuale ricucitura dei tessuti rimasti danneggiati dall’uscita. La pratica del bonding viene proposta in caso di parto fisiologico e quando non intervengono complicanze.

La culla che si aggancia al tetto

La culla che si aggancia al tetto

Al termine del periodo, il bimbo viene lavato con acqua e olio, vestito e restituito alla madre o al padre per essere spostato nella stanza di degenza dove si segue il “rooming in”. Anche il “rooming in “ è un modello di degenza consolidato da anni e prevede che il bimbo rimanga sempre accanto alla madre. In questo modo si approfondisce subito il rapporto, non si perdono momenti preziosi per attaccare al seno e si affrontano le problematiche eventuali che la donna ritroverebbe a casa propria. Oggi, al Del Ponte, il rooming in è facilitato dall’uso di cullette che si agganciano direttamente al letto della madre creando così uno spazio unico: « In ogni caso – spiega la caposala Maria Pia Paganelli, coordinatore infermieristico del nido –  è sempre possibile rivolgersi al nido per avere informazioni o aiuto. Solo in casi particolari, come un taglio cesareo, se la donna non è assistita, o se la madre esce molto affaticata dal parto è possibile lasciare il bimbo per favorire la ripresa fisica».

La dottoressa Maria Pia Paganelli, coordinatore infermieristico del nido all'ospedale Del Ponte

La dottoressa Maria Pia Paganelli, coordinatore infermieristico del nido all’ospedale Del Ponte

In caso di parto cesareo, non potendo effettuare il bonding, si passa subito al bagnetto . Il bimbo quindi viene affidato al padre in attesa che la madre esca dalla sala parto. Dopo circa una ventina di minuti la donna può già abbracciare il proprio piccolo.

Da quando si arriva in camera, la giornata della madre ruota attorno al piccolo: «Ogni mattina, i bimbi vengono portati al nido per l’igiene – spiega ancora Maria Pia Paganelli – Il bagnetto, infatti, è indicato solo dal sesto giorno. Le dimostrazioni di come si lava o si medica il cordone ombelicale avvengono alle 16.30 nel corso di incontri specifici».

La degenza per mamma e bambino sani dura tra le 48 e le 72 ore. Il tempo necessario a verificare la crescita del piccolo, che viene pesato solo in seconda o terza giornata, e le condizioni della madre: « In una saletta dedicata del reparto, inoltre, si danno suggerimenti  aiuti per l’allattamento, intervenendo nei casi di difficoltà o dolore. Al momento della dimissione, infine, consegniamo un libretto  con tutte le indicazioni su come gestire il bambino».

Nei due giorni di ricovero, quindi, infermiere, puericultrici e ostetriche aiutano le madri, alla prima esperienza, ad affrontare la nuova avventura. Un percorso fatto di istinto ma anche di tensioni che con pazienza e attenzione si riesce a superare.

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Il neonatologo in sala parto http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=170 Mon, 18 Nov 2013 14:31:42 +0000 http://www3.varesenews.it/blog/mammaebambino/?p=170 Continua a leggere]]> Il piccolo viene visitato subito dal neonatologo solo se ci solo imprevisti

Il piccolo viene visitato subito dal neonatologo solo se ci solo imprevisti

La nascita di un bimbo è, spesso, una questione tra madre e ostetrica. In sala parto si cerca di mettere a proprio agio la donna, accompagnata dal compagno, di creare un ambiente sereno e accogliente. In alcuni casi, la stessa sala si anima di altri professionisti, che intervengono per gestire qualche imprevisto. Così si deve considerare la presenza del neonatologo: « Il nostro intervento non è contemplato – spiega la dottoressa Angela Bossi  responsabile clinico del nido, della neonatologia e della terapia intensiva neonatale all’ospedale Del Ponte di Varese – ma siamo chiamati sempre in caso di taglio cesareo oppure se il neonato evidenziava già una malformazione in età prenatale. Parliamo di problemi renali, per esempio, o se la mamma ha assunto farmaci particolari. Al momento dell’espulsione, quindi, facciamo la valutazione: se va tutto bene, il bimbo viene dato alla madre per il bonding altrimenti viene portato in neonatologia per l’assistenza».

Anche nel caso in cui il parto avvenga in maniera lineare, il neonatologo ha

La dottoressa Angela Bossi

La dottoressa Angela Bossi

un ruolo ben definito: « Interveniamo, però, al termine del “bonding” e, comunque, non oltre le 6 ore. Visitiamo tutti i bimbi e ne facciamo una valutazione globale. Nel caso il piccolo sia sano, allora il nostro ruolo diventa secondario e ci rivediamo con madre e figlio solo alla dimissione. Durante questo incontro facciamo tutte le indagini: lo screening metabolico e uditivo oltre al peso. Inoltre diamo consigli alla madre sulle vitamine da somministrare oppure come si medica il cordone ombelicale. Nel caso di primipara, diamo anche l’appuntamento con l’ambulatorio dell’allattamento e l’appuntamento per l’elettrocardiogramma, che si effettua circa dopo il primo mese di vita. Diverso è il caso del controllo delle anche che deve essere effettuato al terzo mese, quando il bimbo è già stato preso in carico dal pediatra».

Nella gran parte dei casi, dunque, il ruolo del neonatologo rimane limitato alle visite previste. Ma la possibilità che intervenga qualche problema esiste sempre: « Può insorgere l’ittero o un’infezione che deriva dalla rottura delle membrane vaginali durante gli ultimi giorni di gravidanza oppure lievi prematurità. Sono casi in cui il nostro intervento è previsto anche se non è detto che il piccolo debba essere accolto in neonatologia. Se la prematurità avviene dopo la 35esima settimana e non ci sono controindicazioni, è sempre possibile effettuare il rooming in.  Se il bimbo prematuro  nasce prima della 35esima settimana viene accolto in neonatologia, dove viene seguito e monitorato, consentendo ai genitori di rimanere accanto al piccolo».

La figura della psicologa, comunque, è sempre presente nel reparto di ostetricia: consigli e supporto possono tornare utili anche in casi fisiologici, ogni volta che la madre dimostri di aver bisogno di sostengo.

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