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Expo e bufale: dieci domande al fondatore di BUTAC, Bufale Un Tanto Al Chilo

BUTAC

Chi, come me, cerca di documentarsi in rete per agire in prima persona e “fare qualcosa” riguardo ai temi della sostenibilità, spesso si ritrova disorientato per la quantità e la varietà di “fuffa” che viene propinata ai navigatori. Il tema di Expo, che unisce grandi principi filosofici come la salvaguardia del pianeta e della specie umana a temi di quotidiana secolarità come l’alimentazione, sembra aver scatenato bufalari e ciarlatani di ogni risma.

Allora ho fatto due chiacchiere (virtuali) al riguardo con lo “sbufalatore” per eccellenza: Maicolengel, al secolo Michelangelo Coltelli, 42enne bolognese, che  insieme a Paolo Costa è il fondatore di BUTAC, Bufale Un Tanto al Chilo, il popolare sito antibufale che smentisce le notizie false, talvolta clamorose, che girano in rete.

Pierre: Con l’avvicinarsi di Expo, si fa un gran parlare di cibo e di sostenibilità. Imperversano anche le bufale legate al tema dell’alimentazione: quali i miti più comuni che girano in rete?
Maicolengel: Nell’ultimo periodo abbiamo visto un intensificarsi di condivisione per tante bufale classiche, dal latte che causa malattie di vario tipo, alla carne da non mangiare mai, ma anche cose davvero stupide come le arance infettate con l’AIDS. La gente tristemente legge titoloni ed articoli fatti coi piedi e condivide senza mai domandarsi chi le abbia messe in circolazione. Il peggio è quando a consigli alimentari se ne sommano di pseudo medici. Quindi vediamo circolare articoli che ci raccontano di come limone e bicarbonato curino dal cancro, bufala che fa seri danni in giro, o quello che sostiene che con una dieta a base di miele si facciano miracoli. Ma anche quella che vede il tonno in scatola radioattivo causa Fukushima e l’altra che gira ormai da svariati anni che ci racconta di come prodotti che vengono dal latte vengano regolarmente reimmessi sul mercato anche se scaduti…dopo averli ripastorizzati. Fuffa di quella uTonta.
Si attaccano le aziende, infischiandosene dei loro dipendenti, infischiandosene se quel che si racconta è falsato. Una che voi di whirlpool [io sono dipendente di quest’azienda, ndr] credo conosciate bene è quella che vede i forni microonde come causa dei mali del mondo, quando non esiste studio che li demonizzi e gli oltre 60 anni di uso abbiano ampiamente dimostrato la sicurezza del macchinario! Ma anche oggi nel 2015 qualche ignorante mi dice, ah no, io nel microonde non cucino, fa venire il cancro…e a me cadono le braccia
 limone e bicarbonato
P: Come può, chi naviga in rete, districarsi tra le molte correnti “salvapianeta”, dal kilometro zero,alla filiera corta, agli anti-ogm, ai vegetariani, ai vegani, al bio, al biodinamico?
M: Domanda non facile, mi accorgo sempre di più che la navigazione corretta non è intuitiva per tanti. Riuscire a distinguere un sito di parte da un sito super partes è sempre più difficile, specie quando anche su testate “serie” abbiamo infiltrati di una fazione (si perché dopo due anni di debunking ci si accorge che l’estremista vegan animalista è ben nascosto ovunque, fino ad esser diventato una lobby). Perfino una mia autrice proprio qualche giorno fa linkava una pagina che lei riteneva seria…dopo 5 minuti mi sono reso conto che a parte alcuni articoli pseudo scientifici il resto del sito era infarcito di filosofia vega”cazzara”… lei non se ne era accorta usando solo alcune parti del sito come base per certe ricerche. Insomma Non è facile per nessuno districarsi, ma vale sempre una regola fondamentale: avere ben chiaro che non c’è un eminenza grigia che governa i media, e che oggi più di ieri la conoscenza ufficiale è di pubblico dominio. Hai un dubbio su un alimento basta cercare su siti ufficiali come l’OMS o la FDA americana per avere subito chiariti tutti i dubbi. Peccato tanti considerino ancora l’inglese come un optional, mentre la non conoscenza della lingua è una grossissimo deficit per chi naviga il web.
.FDA
P: Perchè, secondo te, ci sono tante persone disposte a credere a sciocchezze, senza esercitare il minimo senso critico (Butac li chiama “utonti” anziché “utenti”)?
M: Ma perché è molto più facile credere alle sciocchezze. Un esempio che faccio spesso è quello sui vaccini, Perché esiste un forte movimento antivaccinista da vent’anni a questa parte? Perché cresce? Ma perché sono migliorate le diagnosi su certi disturbi, quindi ci sono più bambini che vengono diagnosticati con disturbi dello spettro autistico, ed è molto più facile dare la colpa ad un fattore esterno che alla “sfortuna” del fato. Avere un colpevole contro cui puntare il dito aiuta ad accettare la cosa. Che si tratti della cattiva Unione Europea che ci ha imposto le quote latte (studiando la cosa ci si accorge di chi è la colpa, ma zitti zitti non ditelo a nessuno), o che sia la Monsanto che vuole sterminare i nostri ulivi del Salento…ci deve sempre essere un colpevole, e le bufale che girano oggi ce lo servono su un piatto d’argento!
P: Quali sono i meccanismi che rendono la rete così efficace nel diffondere bufale che non reggerebbero neanche un secondo in una normale conversazione?
M: Beh intanto il fatto di avere modo e tempo di trovare fonti fuffare (false). Ma la cosa più importante è che la maggioranza della gente è pigra, si ferma al titolo, all’immagine, non approfondisce mai. A voce è molto più difficile fermarsi, abbandonare la discussione. In rete invece si scrive un commento acido sfruttando attacchi ad hominem, usando grandi dosi di logica fallace, tanto basta che chi è dall’altra parte dello schermo sia poco avvezzo alla pratica per smontarlo e zittirlo in 5 secondi. Non hai idea di quante mamme abbiano scelto di non vaccinare i propri figli solo perché vittime di terrorismo psicologico, o di quanti abbiano smesso di acquistare un determinato prodotto. A voce tutto questo è più arduo.
La gente in rete si sente anonima (anche se non lo è) vede un post condiviso da un amico e non si piglia mai la briga di verificare, l’ha condiviso X vuoi che sia una sciocchezza? Adesso lo ricondivido anche io così X è felice.
P: E’ in corso una vera e propria campagna, a volte anche cruenta, contro il consumo di carne. Cosa ne pensi?
M: Io credo che l’estremismo vegan sia quanto di peggio possibile (oltre a reputarlo controproducente per gli stessi vegan). Mentre capisco bene chi fa della sua scelta etica una bandiera di cui andare orgoglioso trovo che certe frange di questi gruppi abbiano davvero passato ogni limite. Raccontando notizie distorte per il solo gusto del farlo. Spesso è gente che non ascolta proprio, loro HANNO la verità, loro sanno di aver ragione e tu torto. Quindi per la loro mentalità è normale ed eticamente corretto modificare ricerche e dati pur di portare acqua al proprio mulino. Io mangio tutto (forse troppo), ma so che moderarsi e variare spesso alimentazione mangiando un po’ di tutto è il sistema migliore per aiutare il nostro fisico. Certo, ci sono diete diverse per patologie diverse, ma qualsiasi dietologo serio non ti dirà mai di rinunciare alle proteine animali, che siano carne o pesce. Magari di ridurne il consumo, magari di evitarne gli eccessi. Ma la carne (e il pesce) sono alimenti che assunti nella giusta maniera ci aiutano.
 tagliata di fiorrentina
P: Dimmi la falsità in materia di cibo che più ti da fastidio e che vedi invece largamente accettata come verità comprovata.
M: Beh come detto sopra una è quella che vede demonizzare uno strumento utile come il forno microonde. Ma anche quelle che vedono il latte come veleno! Estremismi messi in giro per lo più da gente che sta cercando di convincere la gente ad abbandonare ogni prodotto di origine animale, e lo fanno disinformando, raccontando bugie, distorcendo i dati. È brutto, perché mentre non ho nulla contro la scelta etica di chi sceglie di diventare vegetariano trovo orrendo chi usa la disinformazione per fare proseliti. Il 70% della popolazione mondiale in età adulta ha delle intolleranze al latte, in Italia la percentuale è molto inferiore. L’intolleranza al latte non vuol dire che esso sia il Male, ma solo che tu lo digerisci male, ma chi lo tollera può berlo senza paura. Ovvio che esagerare è un errore, ma lo è con tutto. Imparare che una dieta bilanciata e varia è la via più corretta sarebbe bellissimo!
P: Come riconoscere una bufala, e come “sbufalarla”? 
M: Una cosa che dico spesso a chi me lo chiede è che la prima regola di chi naviga online dovrebbe sempre esser quella di usare tanto buon senso. Se una notizia appare solo su siti di dubbio gusto e viene fatta circolare come verità assoluta da far girare prima che la censurino, beh potete stare tranquilli, 10 volte su 10 è una bufala. Lo stesso vale per i titoloni “urlati” e per tutte quelle notizie dove si citano altre fonti senza mai linkarle. Per sbufalarle la questione è più complessa, conoscere bene perlomeno la lingua inglese serve, perché spesso si è costretti a leggere tantissimo, e la lingua in cui si trova più materiale è quasi sempre l’inglese. Ma in generale ci vuole pazienza, perché mentre per inventare una notizia ci si mettono 5 minuti per smontarla occorre molto più tempo. Io ho incominciato a tenere una lista coi siti di cui non fidarsi, se la notizia compare su uno di essi oggi so già che sarà bufala.
P:  Maicolengel è chiaramente un nickname, è per sicurezza? Hai ricevuto pressioni o intimidazioni durante la tua carriera di sbufalatore seriale? Puoi dirci qualcosa di più su di te?
M: Ovviamente Maicolengel è un nickname, non così distante dal mio nome vero (Michelangelo), ma quando nel 1993 iniziai a chattare online fu il nick che scelsi, e me lo porto dietro da allora! Lo uso più che altro per tenere separate le due attività, debunker e vita (e lavoro) nel mondo reale. Perché nella vita vera faccio tutt’altro, ero un consulente informatico, con studi alle spalle in Scienze Poltiche indirizzo internazionale, ma oggi seguo l’attività della mia famiglia che nulla a che fare con l’informatica e l’informazione. Sognavo da ragazzino di fare il giornalista, ho anche scritto su alcune testate
 universitarie quando ero ventenne. Vivo a Bologna, ho 42 anni, una moglie inglese e due bimbi che adoro. Fare lo sbufalatore è venuto spontaneo, lo facevo già per amici visto che da tempo sono specializzato in ricerche online. Ero un ammiratore di personaggi come Paolo Attivissimo e Salvo di Grazia, i due più grossi debunker italiani, bravissimi competenti, precisi, ma poco presenti sui social network. Ho deciso che era necessario qualcuno che combattesse la disinformazione anche li, in maniera più accattivante di quanto non fossero i blog un po’ ingessati dei divulgatori più noti. Ho avuto successo, e Butac ha fatto da apripista ad altri che oggi si danno da fare tanto quanto noi.
 medbunker
disniformatico
P: Come vedi il futuro? recentemente ho letto alcuni post di Butac dove mi sembravi sull’orlo della rinuncia. Rassicura i tuoi – numerosissimi te l’assicuro – sostenitori 
M: Il futuro? Beh DEVO vederlo roseo, ho due bimbi da crescere quindi devo essere ottimista. Butac nasce proprio per loro, per cercare di costruire qualcosa di bello di cui un giorno possano andare fieri. Vorrei tanto che quando saranno più grandi mi vedano come il “buono” che combatte i cattivi dalla tastiera. Butac nasce come un blog a due mani, ma per fortuna col tempo mi si sono affiancati validi aiuti, sia tecnici come il DottPA e Thundertstruck  (medico e tossicologo), un esperto in tecnologie (Neil) e due bravi autori come Il Ninth e Noemi, nessuno di noi vuole mollare, tutt’altro, siamo galvanizzati all’idea di far del bene. A volte siamo scoraggiati da certi meccanismi dei social network, vedere nostri post cancellati causa segnalazioni quando invece pagine che inneggiano alla supremazia razziale restano li può deprimere un po’. Ma alla fine ci piace quello che facciamo!
P: Che consigli daresti a chi vuole davvero “fare qualcosa” per migliorare il proprio modello di consumo in modo sensato ed efficace?
M: Innanzitutto occorre avere ben chiaro che nessuno ci vuole morti e malati, e che quindi se l’Unione Europea reputa un determinato prodotto adatto per il nostro consumo possiamo star tranquilli che sono state fatte le dovute verifiche. Seguire i suggerimenti di medici iscritti all’albo, affidarsi a professionisti dietologi, variare la propria alimentazione il più possibile, non esagerare con un unico alimento. Ma cosa ancor più importante, non fossilizzarsi sui soliti 4 prodotti, scoprire, curiosare, inventare. C’è un mare di sapori la fuori. Per essere consumatori più attenti una cosa che mi piacerebbe facessero in tanti è essere attenti agli sprechi, quelli si che aiuterebbero a consumare meno, meglio e con più sostenibilità! Abito in centro città, e ogni volta che butto l’immondizia mi accorgo di come tanti buttino tonnellate di cibo scaduto o mal conservato. Imparare a non farlo e a comperare ed usare solo il necessario sarebbe un bellissimo passo avanti.
 expo claim

Due domande a: Andrea Segré, il professore antispreco

Intervista Segré 3

Paladino antispreco, il mediatico accademico bolognese Andrea Segrè ha portato il tema della sostenibilità alimentare all’attenzione del grande pubblico. E’ riconosciuto come uno dei massimi esperti europei in questo campo. Giocando sulla sua telegenicità, sul pregiudizio favorevole verso il buonsenso alimentare della città del Petronio e sull’autorevolezza del cattedratico ( è direttore del Dipartimento di scienze agro-alimentari dell’università di Bologna), Segrè è riuscito a conquistarsi le attenzioni non solo dei media, ma anche di alcuni partner istrituzionali e privati che partecipano alle sue numerose iniziative, tra cui Last Minute Market – un’organizzazione che recupera e ridistribuisce alimentari in scadenza – e Un Anno Contro Lo Spreco, la campagna europea di sensibilizzazione ai temi dello spreco.

E’ instancabile, entusiasta, carismatico, dall’energia contagiosa, sembra non arrendersi mai. Un vulcano di idee che sfociano in mille iniziative. I suoi collaboratori faticano a stargli dietro. Nel documentario “Zero Impact, viaggio nella sostenibilità alimentare” (qui il link ), realizzato per conto di Whirlpool, lo intervisto su questo argomento. E’ gentile e disponibile malgrado una tabella di marcia da rockstar in tournée, e trova anche il tempo di parlare di cucina bolognese tra una ripresa e l’altra.

1. La sostenibilità alimentare è davvero la sfida futura del nostro pianeta?

Più che una sfida del futuro, la sostenibilità deve essere una sfida del presente. Stiamo usando molto male le risorse naturali che abbiamo a disposizione: il suolo, l’acqua, l’energia, solo per dire quelle che riguardano il cibo. Dentro il cibo c’è del valore, quando lo getti via è come se lo rottamassi, come se fosse una qualsiasi altra merce che devi sostituire, e magari è ancora buona. Quindi questa perdita di valore, di consapevolezza, anche di responsabilità, ti porta a considerare tutto uguale, e perdi dei punti di riferimento perché per esempio dentro il cibo non solo c’è il valore nutrizionale, ma c’è anche il nostro suolo, altra risorsa scarsa che consumiamo in modo esagerato, c’è la nostra cultura, ci son le tradizioni, c’è il gusto, la conviviavilità, il paesaggio, il reddito degli agricoltori che ci dimentichiamo – sarebbero poi loro che producono – ma anche quello di chi produce mezzi per rendere la nostra alimentazione sostenibile, in primis la conservazione: il frigorifero, questo sconosciuto.

Intervista Segré 1

Del perché il professore parla del frigorifero come di uno sconosciuto tratteremo in un prossimo post. In effetti non sappiamo usarlo nel modo migliore e buona parte del cibo che buttiamo è dovuto alla nostra cattiva gestione di questo elettrodomestico, e un terzo di quello che acquistiamo finisce nel pattume. Possiamo permetterci di andare avanti così? Quali le conseguenze se facessimo finta di niente?

Intervista Segré 2.jpg

2. Cosa succederebbe se non facessimo nulla, quale sarebbe il costo sociale?

Il costo sociale sarebbe molto, molto alto perché noi con questo modello alimentare e con queste economie in crisi – e c’è un collegamento di fatto – perdendo il cibo il suo valore, lo paghiamo con costi diversi. Il cibo deve tornare al centro del mondo, perché ne abbiamo bisogno per stare meglio tutti, per abbassare i costi sociali ed anche quelli ambientali ed economici.

La cultura sembra quindi avere un ruolo importante in questo frangente, dopo tutto il cibo è cultura e gli italiani lo sanno meglio di tutti. La questione della sostenibilità è una sfida globale che deve essere affrontata a tutti i livelli: dalle istituzioni come dall’industria, dagli accademici che devono guidare la ricerca ed educare, e soprattutto da ognuno di noi individualmente.

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Tornerò a Bologna per approfondire la questione insieme al professore, magari passeggiando sotto i portici o seduti in una rassicurante e tradizionale osteria, simbolo di quel buonsenso perduto, nemico degli degli sprechi. Appunto. A presto per un nuovo incontro con Andrea Segré.