Alessandro Querci “La fine dell’arte1: la scontentezza, il glorioso passato e altre storie”

In questo periodo mi sento ALLEGRO: finalmente posso pubblicare una collaborazione seria, profonda, articolata e motivata in difesa dell’Arte Contemporanea. E’ stata scritta da Alessandro Querci e mi pare valida innanzitutto per la pacatezza della riflessione, poi per la volontà di trovare alternative possibili e principalmente per la disponibilità al dialogo (tutte cose normalmente indigeste al SISTEMA arte contemporanea). Invito pertanto appassionatamente i lettori di questo Post ad animarsi per scrivere, in fondo, un loro commento.

La fine dell’arte 1 : la scontentezza, il glorioso passato e altre storie
di Alessandro Querci

Già da qualche anno – ma più intensamente negli ultimi mesi, grazie anche all’uscita di alcuni testi a firma di importanti intellettuali come il critico e curatore Jean Clair, il critico letterario Robert Hughes, lo storico Marc Fumaroli, il critico James Spalding – si è innescato un assai vivace dibattito che mette ferocemente in discussione gli approdi attuali di quella rivoluzione estetica iniziata con le avanguardie dell’inizio del ‘900, travolgendo anche i ‘padri’ della rivoluzione modernista, a partire dal famigerato Marcel Duchamp del famoso ‘orinatoio’, per arrivare al ‘guru’ Joseph Beuys fino alla sempre più famosa e discussa Marina Abramovich, che dopo quasi quarant’anni di indefessa attività di performer produce un film-eredità sul suo ‘metodo’.

Particolarmente presi di mira alcuni esponenti dei cosiddetti Young British Artists, in primis il famigerato Damien Hirst, che recentemente ha visto la propria definitiva consacrazione grazie ad una prestigiosa retrospettiva presso la Tate Modern di Londra.

Ma non si sprecano anatemi contro altri artisti contemporanei, anche in funzione del successo commerciale e mediatico acquisito, come per esempio il connazionale Maurizio Cattelan che ha recentemente chiuso una sua retrospettiva nel tempio sacro del ‘moderno’ il Solomon Guggenheim di New York.

La tesi, nelle diverse articolazioni dei rispettivi autori, in estrema sintesi è la seguente:
quello che solitamente viene considerata come ‘arte contemporanea’ è il frutto di una somma di mistificazioni:

– la storicizzazione e sacralizzazione di artisti di scarso valore dovuta principalmente a circostanze storico-ideologico-sociali, fondamentalmente legate alla contestazione del ’68.
– le strategie mercantili volte a moltiplicare ‘artificialmente’ il valore commerciale di alcuni artisti.
– la passiva accettazione acritica che caratterizza le strutture espositivo museali rivolte al contemporaneo.
– l’eccessiva attenzione dei media verso certe forme ‘degenerate’ e scandalistiche di arte, col risultato amplificarne l’importanza.
– la malafede di una grande schiera di artisti-truffatori che, approfittando della ‘facilità’ e ‘gratuità’ dell’operazione, creano di proposito opere volutamente disgustose-oscene-falsamente critiche, onde trarne facile profitto.

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Dal mio punto di vista, pur ritenendo importante una ‘rilettura critica’ del fenomeno delle avanguardie ed i suoi sviluppi, questo tipo di critiche – spesso molto vivaci fino a sfociare nell’aperto disprezzo e dileggio – presentano alcuni punti deboli. Cercherò di elencarli in estrema sintesi.

Il primo è il carattere quasi ‘personalistico’ delle invettive. Si ha spesso la sensazione di trovarsi di fronte a discorsi e riflessioni mosse più che altro da un’avversione personale piuttosto che articolate su solide basi teorico-critiche.

Nel caso di Jean Clair si presenta una strana contraddizione, segnalata dal critico Angela Vettese in un suo articolo sul Sole24ore, che porta l’attenzione sul fatto che lo stesso Clair abbia più volte, ed in occasioni assai prestigiose, presentato il lavoro di artisti che tanto osteggia nel suo libroL’inverno della cultura:

Marc Fumaroli col suo ‘Parigi-New York e ritorno‘ ha scritto un testo di oltre 700 pagine dalla lettura assai impegnativa, anche a causa delle sue continue ed assai estese digressioni letterarie.
Pur dotato di uno stile raffinato e di una indiscutibile ed estesa confidenza con temi letterario-artistici legati all’antichità – ed anche alle prime avanguardie – anche il ‘tono’ di Fumaroli appare più che altro volto a produrre una valanga di riflessioni e congetture assai personali, basate quindi sul ‘suo gusto’ e le sue ‘affinità’ piuttosto che a costruire un percorso lineare di idee che dimostrino la sua tesi circa ‘l’imbarbarimento’, la decadenza, la volgarizzazione mediatica e commercial/ideologica della produzione artistica contemporanea.
La sua scrittura – continuamente inframezzata da ricordi personali, ricercatissime citazioni e descrizioni puntigliose di capolavori preziosi appartenenti alle più disparate epoche – appare più un esercizio stilistico raffinato quanto solipsistico, una sorta di ‘testamento spirituale’ che lascia trasparire il vezzo del compiaciuto narcisismo di un intellettuale al tramonto che trasuda nostalgia per un ‘mondo perduto’, forse più ideale che reale, ma non per questo meno affascinante.

Julian Spalding spara a zero su Damien Hirst mostrando la debolezza delle sue premesse nell’aprire il suo articolo pubblicato sulla rivista The Indipendent (praticamente un’auto-recensione del suo libro appena uscito: ‘Arte Imbrogliona – perchè vendere il proprio Hirst finchè si è in tempo‘) con un elenco di asserzioni assai generiche e difficilmente condivisibili da chiunque abbia un pò di senno e confidenza col mondo dell’arte, a prescindere dalla circostanza che si ritenga o no Hirst un imbroglione.
L’evidenza di valutazioni ‘preconcette’ e ben poco pertinenti incidono pesantemente sull’attendibilità delle congetture che ne conseguono, perlomeno dal mio punto di vista.
Non starò qui ad elencarle, segnalo il link per chiunque voglia approfondire – ed un’intervista al quotidiano La Repubblica.

Robert Hughes – nel suo libro ‘La cultura del piagnisteo‘ – appare il più pacato, anche se assai arguto e tagliente nella sua denuncia di un conformismo assai diffuso fra gli operatori culturali. Contrariamente agli autori sopra citati, la sua denuncia dei paradossi del ‘politicamente corretto’ non è pervasa da alcuna ‘partigianeria’ e le sue invettive prendono di mira un pò tutti, dai bacchettoni tradizionalisti ai progressisti più ideologizzati.
Il ‘contemporaneo’ non è oggetto di critica indiscriminata a-priori, quanto piuttosto alcuni atteggiamenti piuttosto diffusi fra gli ‘operatori culturali’.

In ognuno di questi testi sembra mancare una ‘prospettiva alternativa’, quasi che l’individuazione di un approdo alternativo dell’arte, di una sensibilità estetica ‘positiva’ – nel senso di una continuità con ciò che viene riconosciuto come ‘buono’ , quindi fondamentalmente la pittura e la scultura figurativa – sia assai difficile da scorgere all’orizzonte. Eppure sappiamo bene che di pittori e scultori – famosi o meno – è ancora pieno il mondo, le gallerie ed i tanto vituperati musei d’arte contemporanea.
Piuttosto che indicare apertamente i modelli che si ritengano virtuosi, laddove ve ne siano, questi autori si limitano a manifestare una ‘scontentezza’, senza offrire alcuna prospettiva o percorso praticabile.

Eppure anche la scontentezza, il rimpianto per un passato glorioso che dà origine alla denuncia e al biasimo di un deprecabile presente, non sono storia di oggi ma godono di lunga e illustre tradizione.
Già Plinio, come segnalato in un post da uno dei commentatori di questo blog, aveva espresso severe critiche verso la decadenza del gusto e la sempre maggior attenzione ad aspetti materiali e mercantili nell’arte del suo tempo, la Roma Imperiale di inizio millennio.
Del Giudizio Universale dipinto nella Cappella Sisitina fu detto “più adatto ad una stazione termale che ad una chiesa” e del suo autore, Michelangelo Buonarroti, “vista una figura, viste tutte”.
Giacomo Leopardi nei suoi ‘Pensieri’ parla più volte di un’Italia perduta, inabissata nel cinismo: “O l’immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni riprenderanno corpo e sostanza (…) o questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto”
Il termine Impressionismo venne coniato da una rivista di satira culturale per denigrare l’immondizia prodotta dai giovani pittori à la mode, in particolare il quadro di Monet che raffigura la chiesa di Notre Dame.
“La Bellezza – scrive infine il poeta Paul Valery – si può dire morta. La novità, l’intensità, la stranezza, in una parola tutti i valori d’urto l’hanno sostituita. L’eccitazione assoluta è la padrona assoluta delle anime recenti, e le opere hanno attualmente la funzione di sottrarci allo stato contemplativo, alla gioia immutabile la cui immagine era un tempo intimamente legata all’idea generale del bello”
Opere che oggi vengono definite ‘capolavori eterni’, al loro apparire scatenarono aspre condanne dai contemporanei.
La storia si ripete…..

Alessandro Querci

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Nota sull’autore

Alessandro Querci è nato a Prato nel 1962. Si è diplomato in Arti Grafiche all’Istituto d’Arte di Firenze ed ha successivamente seguito i corsi del DAMS a Bologna. Nella seconda metà degli anni ‘80 ha esordito come artista visivo. Dal 1988 al 1994 ha lavorato presso il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci a Prato, occupandosi di allestimenti e facendo visite guidate. Negli stessi anni inizia la sua collaborazione con le riviste di arte contemporanea Flash Art (Milano), El Guja (Barcellona), Block Notes (Parigi). E’ stato curatore di alcune mostre in spazi pubblici e privati. Dal 1994 al 1997 opera come assistente presso la Galleria Christian Stein di Milano, dove lavora anche per l’artista Mario Merz. Negli stessi anni è coordinatore e responsabile tecnico per la prima Biennale della Moda e dell’Arte a Firenze e della 47° Biennale d’ Arte di Venezia. Dal 1998 si dedica prevalentemente alla realizzazione di progetti musicali. Negli ultimi anni ha scritto il saggio intitolato ‘Perchè l’arte moderna non si capisce?’ Chi ne fa richiesta potrà ricevere via mail una copia in formato PDF. Per contatti: alessandroquerci@gmail.com

42 pensieri su “Alessandro Querci “La fine dell’arte1: la scontentezza, il glorioso passato e altre storie”

  1. Ottimo articolo, come al solito Alessandro. Certo la storia si ripete e continuerà a farlo, in particolare in questo caso perchè l’opera d’arte se è “buona” è uno o piú passi avanti rispetto ai suoi contemporanei e quindi, come ho giá scritto altre volte, l’Arte di oggi verrà “riconosciuta” solo domani o dopodomani.

  2. Da questa interessante riflessione di Alessandro Querci emerge centrale il “mancare di una prospettiva alternativa….di un percorso praticabile”.
    Non è facile oggi, in un mondo, come dice Edoardo Galeano “patas arriba” ( a gambe all’aria)…ma l’alternativa c’è, e se non c’è ci sarà.
    Se per un momento pensiamo a cosa fu l’Arte Accademica o “Pompier”: conformista, ufficiale, apprezzata dal potere politico, dalla critica, dalle Accademie, adatta alle celebrazioni e alle feste mondane ecc. alla Bouguereau, Meissonier, Cabanel ecc. per intenderci….mi pare che Damien Hirst, Maurizio Cattelan e i principali artisti della cosidetta “Arte Contemporanea” potrebbero essere oggi i loro sosia, i “nuovi accademici”, i “Pompier” dei nostri giorni (coccolati oggi molto più di allora e in modo più sofisticato, organizzato, articolato e globalizzato)….salvo ovviamente le conoscenze, maestrie e abilità tecnico-espressive praticamente inesistenti nei secondi. E appunto, esattamente come nelle epoche degli esempi citati (Plinio, Michelangelo, Leopardi, Monet) …tutto cio’ che non è assimilabile ai parametri, metodi, canoni e concetti dell’Arte Contemporanea si censura, disprezza, snobba, esclude…..
    E non è precisamente questione di Pittura o di Scultura “figurativa”. Il problema sta proprio in chi “GLI FA FATICA” cercare, sapere, vedere, sperimentare, lottare per “prospettive alternative e percorsi praticabili”….non per il mercato o le gallerie o i musei o le Fiere e Biennali o per il potere di turno, ma per la condizione umana, sempre nuova (quella si) e sempre diversa, per la natura, per la convivenza e per la sopravvivenza di oggi e per il futuro.
    “Trasudare nostalgia” non è sempre negativo, puo’ anche essere utile. Lo è stata l’Arte Classsica per Michelangelo e Poussin per Cezanne e, in fondo, tutto si costruisce sul passato.
    Scrive Ernesto Sabato in “Sopra eroi e tombe”: “… c’è qualcosa in noi, lì dentro, lì nelle regioni molto oscure, aggrappato con le unghie e con i denti all’infanzia e al passato, alla razza e alla terra, alla tradizione e ai sogni, che sembra resistere a questo tragico processo: la memoria, la misteriosa memoria di noi stessi, di quel che siamo e di quel che siamo stati.”
    Parafrasando l’ultima frase di Alessandro, forse fra cent’anni qualcuno scriverà:” Opere che oggi vengono definite ‘capolavori eterni’, al loro apparire scatenarono aspre condanne dal SISTEMA DELL’ARTE CONTEMPORANEA…La storia si ripete…..”

  3. Molto interessante il tuo ‘ribaltamento’, che crea un parallelo fra l’arte ‘pompier’ e quella istituzionale contemporanea.
    Ha un suo senso.
    Naturalmente ho le mie obiezioni da fare: il fenomeno ‘pompier’, che oggi definiamo come un puro accademismo di maniera, riguarda un lasso di tempo abbastanza breve, diciamo 50 anni, volendo essere di manica larga diciamo tutto l’800.
    Il Sistema dell’arte contemporanea, come lo definisci tu – cioè ‘l’istituzionalizzazione’ delle tendenze che derivano dall’avanguardie storiche – penso si possa far risalire agli anni ’70, cioè quando i primi musei che esponevano opere ‘moderne’ (mi riferisco per esempio al MoMA ed al Guggenheim di New York, fondati negli anni ’40, che all’inizio esponevano opere di Picasso, Van Gogh, Mondrian) cominciano ad acquisire nelle proprie collezioni ed esporre le ‘ultime ricerche’ nel campo artistico e quando cominciano a diffondersi le Kunsthalle, Kunstverein, biennali internazionali, etc.
    Considerando che ormai è trascorso quasi mezzo secolo, e che il tempo oggi scorre ‘più veloce’ di un secolo fa mi viene da pensare che sia difficile tornare indietro, o pensare a questo periodo semplicemente come a ‘una brutta parentesi’.
    Inoltre non possiamo non prendere in considerazione le pubblicazioni dei numerosi autori ‘al di sopra di ogni sospetto’ – cito per l’Italia Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Filiberto Menna, Lara Vinca Masini.
    Diciamo che troverei quantomeno arrogante disconoscere la competenza di queste figure, qualsiasi sia la nostra opinione.
    Assai più probabile, affidandomi alla tua riflessione, concepire l’arte prodotta ed esposta nel ‘Sistema’ come la semplice testimonianza del nostro tempo, nel bene o nel male.
    Questo non vuol dire che non vi sia, nel Sistema, gente furba – ma da qui a fare di tutta l’erba un fascio ce ne corre.

    Poi un’altra obiezione: com’è che accusi tutti i ‘produttori di arte attuale’ (cerco di evitare di definirli artisti) di essere così cinici, pigri, malintenzionati, ignoranti, egoisticamente arrivisti? In base a quale principio o esperienza?
    Non dubito che tu conosca qualche personaggio del genere, ne ho conosciuti anch’io, ma per la mia esperienza si tratta di eccezioni.
    Esperienza che mi porta ad altre e ben diverse conclusioni. Sai che di questa ‘giovani’ ne ho conosciuti tanti, e che solo pochi di loro possono vantare un minimo successo commerciale, pur facendo parte di questo famigerato Sistema.
    Questa mi sembra una delle famose ‘generalizzazioni’ che mi fanno un pò arrabbiare, simpaticamente parlando.

  4. Ben lontano dal fare “di tutta l’erba un fascio”, caro Alessandro. Non ho niente contro coloro che, nella pianura e onestamente, usano i vari linguaggi dell’arte contemporanea per esprimersi. L’ho già scritto varie volte in questo mio Blog: più linguaggi equivale a più civiltà, e i linguaggi vecchi e nuovi possono correre paralleli, senza nessun problema, al contrario….come il cinema, la fotografia, il teatro ecc. Non vedo perchè la Pittura e la Scultura, figurative o no, debbano essere penalizzate, censurate, fatte sparire. Chiaro….bisognerebbe avere il coraggio di depurare furbacchioni, opportunisti e ciarlatani, che invadono tutti i versanti e linguaggi delle Arti Plastiche (non mi piace “Arti Visive” che mi sa da tecnica oculistica).
    E’ vero che pensavo anche ai colleghi di oggi e a quelli “contemporanei” quando sostenevo che “GLI FA FATICA” ecc. ecc……ma soprattutto mi riferivo proprio agli intellettuali che hai citato nel tuo articolo, i quali sanno benissimo che nel mondo di oggi esistono eccellenti e validissimi artisti non assimilabili al “Sistema Arte Contemporanea”, ma NON li propongono, chissà per mancanza di passione o di volontà…o di scarso “ritorno economico”, prestigio, potere….o magari anche, forse, per PAURA.
    In generale, parlando d’Arte, rifuggo da qualsiasi “SISTEMA”, ma più passa il tempo e più mi si rafforza la convinzione che non succede niente di CASUALE nelle stanze dei bottoni …e quello che succede non è nè lineare, nè provvisorio, nè pensato da un “tigre di carta”….e quello strano fenomeno venuto alla luce negli anni ’60 (NON CASUALMENTE in modo simultaneo in TUTTI i paesi del mondo) e che oggi chiamiamo “Arte Contemporanea” è diventato, o è venuto articolandosi come un sofisticato SISTEMA…. organico all’altro SISTEMA…cioè a quello della “Full-spectrum dominance”…ovviamente e NON CASUALMENTE ICONOCLASTA….cioè nemico della Pittura e della Scultura (soprattutto quella figurativa).
    Io farei partire questo SISTEMA dall’immediato dopoguerra, con una specie di Piano Marshall per l’Arte e la Cultura a livello mondiale. In America Latina, per esempio, José Gómez Sicre, Direttore della Sezione Arti Visuali della Pan American Union, applica a tutto il continente e con successo le direttive della CIA….(vedi Mario Sartor “Arte Latinoamericana Contemporanea” Jaca Book, Milano…pag.256)….Chiaramente queste mie ipotesi vanno tutte verificate e approfondite. Sono solo sicuro di una cosa: ci sarà pure un MOTIVO (non casuale) per cui, dopo 30.000 anni di storia della Pittura, in TUTTE le civiltà umane, improvvisamente, nel 1960, si dichiari questo Linguaggio OBSOLETO e MORTO SIMULTANEAMENTE in TUTTI i paesi del mondo occidentale.

  5. Hai ragione Sergio, un motivo ci dev’essere,
    anche se – come ho affermato più volte – la pittura non è un linguaggio obsoleto e morto, casomai ha perso la sua centralità e viene tutt’ora proposta con più o meno successo da molti artisti fuori e dentro al Sistema.
    Il motivo – secondo la Storia – è la centralità che hanno assunto gli USA gia dal primo dopoguerra in molti campi della cultura, popolare e non: cinema, teatro, danza, musica, letteratura.
    Per le ari visive pensiamo all’esodo di molti artisti (perlopiù di origine ebrea) che trovano rifugio e successo nel ‘nuovo continente’.
    La ‘nuova arte’ deriva in larga misura da loro.
    Poi c’è stato l’anti-autoritarismo dei vari Marcuse, Sartre, Foucault, presi come modello dalla ‘controcultura’ nata in America nei primi anni ’60 e sfociata poi nel famoso ‘maggio francese’ del ’68. Controcultura che ha favorito ed inglobato l’arte non-oggettuale, l’happening, la performance etc.
    La sua influenza, nonostante un temporaneo fenomeno revisionista (la Transavanguardia ed il Citazionismo, i Neue Wilden in Germania, la Nouvelle Figuration in Francia, i post graffitisti e new painting negli USA) permane ancora oggi.
    Forse sarebbe tempo di fare ‘un passo avanti’, forse se ne fanno anche troppi, me lo domando anch’io.

  6. M’intrometto solo per un’osservazione :
    “Sono solo sicuro di una cosa: ci sarà pure un MOTIVO (non casuale) per cui, dopo 30.000 anni di storia della Pittura, in TUTTE le civiltà umane, improvvisamente, nel 1960, si dichiari questo Linguaggio OBSOLETO e MORTO SIMULTANEAMENTE in TUTTI i paesi del mondo occidentale”
    Certamente ci sara’ forse una ragione, forse anche più d’una (alcune potrebbero essere la “stanchezza” verso questo medium, l’identificarlo, erroneamente, quale espressione di un mondo “conservatore”, il confermarsi della fotografia come medium “rappresentativo” e non solo, l’avvento di nuovi media quali il video, l’arte cibernetica, le installazioni e le performances, la land art ecc. ecc.) ma e’ altrettanto certamente ed assolutamente vero che, in realtà, non solo la pittura non e’ “morta” ma pare, addirittura, che di ogni “annuncio funebre” abbia fatto un viatico di lunga vita. (noto, pero’, che e’ proprio negli ambienti della “pittura militante” che questi “annunci funebri” vengono presi maggiormente sul serio e ricordati più frequentemente… paura? scaramanzia? Non so)
    E ci andrei anche piano coll’indicare il “sistema” come uno dei “nemici” della pittura: il sistema e’ fatto si’ da artisti e da critici e curatori ma anche da gallerie (che sono le principali fonti di sostentamento della stampa specializzata) e case d’asta e loro “clienti” e sono proprio questi ultimi che tengono in mano “le borse” . Per una galleria (e per una casa d’asta) e’ enormemente più facile convincere un “cliente” a comperare una bella tela (magari anche ben incorniciata, visto che la maggioranza dei “clienti” se può “l’opera d’arte” acquistata ama esporla in salotto o nello studio) o una scultura, ovviamente, (non altrettanto facilmente una fotografia, dato che continua a sussistere il ridicolo problema dell’ “unico”) che non un video, per non parlare di un’installazione, di un’opera di land art, una performance ecc. ecc. Ecco perché, io penso, che il “sistema” (almeno nelle sue importanti componenti gallerie-case d’asta-stampa specializzata) sia tutt’altro che ostile alla pittura.

  7. Infatti. Il caso transavanguardia la dice lunga.
    Poi, come ho scritto altre volte – è una considerazione personale, ma credo possa avere una sua pertinenza generale – sono più gli amici/conoscenti ‘artisti’ che riescono a campare con la pittura che quelli che fanno le cose ‘secondo sistema’.

  8. La pittura, il “quadro” (e in misura minore la scultura) hanno un campo di “appetibilità” molto più vasto delle altre opere d’arte perché possono contare, oltre che sul collezionista, sull’ “intenditore”, sull’appassionato d’arte, anche su chi, avendo semplicemente un po’ di disponibilità, persegue, per suo tramite, l’obbiettivo di “arredare” e/o quello di ottenere “status” attraverso il mito dell’esemplare unico, del “fatto con le sue mani dall’artista” ecc..
    La fotografia, che ne e’ la naturale “concorrente” soffre della presunzione di “infinita riproducibilità” che la perseguita. Parlo per esperienza diretta: ho sempre stampato, le mie fotografie destinate alla vendita, in esemplare unico e l’ho sempre esplicitamente dichiarato chiarendo i limiti che m’imponevo al loro ulteriore utilizzo (documentazione, mostre, pubblicazioni, utilizzo in altre opere o installazioni senza possibilità di vendita separata ecc.) ma ho sempre incontrato, anche se non esplicitamente dichiarata, una certa diffidenza, del tipo “… eh! si me lo dice lui che non ne stamperà altre copie ma a me chi me lo garantisce?” … ca c’est la vie o rrose selavy 😉

  9. Credo che, tra l’altro, la Pittura abbia sempre teso alla PERFEZIONE, e credo che in Italia ci si sia avvicinati abbastanza, per esempio con Giotto, Piero della Francesca, Tiziano ecc. fino al Caravaggio, Tiepolo ecc. In altra occasione ho scritto che personalmente “credo di aver dipinto alcune tra le cose migliori prodotte in Italia in questo ultimo mezzo secolo” (sono sicuro che molti colleghi in Italia oggi pensano la stessa cosa rispetto alle loro opere)….Pero’ immediatamente dopo ho aggiunto che “io, insieme a tutti i colleghi contemporanei italiani di questo ultimo mezzo secolo saremmo stati buttati fuori a calci nel sedere dagli studi dei grandi maestri del passato come dilettanti incapaci, incompetenti e arroganti”….Certo, ci sono tantissimi pittori che oggi vendono i loro quadretti per l’arredamento, e altri addirittura che hanno successo. Ma dove sta la Pittura italiana oggi? La Transavanguardia? ma per favore!

  10. Scusa Michilini, io non saprei dirti “dove sta’ la Pittura Italiana di oggi … ma ti faccio notare che la Transavanguardia e’ non di ieri ma addirittura dell’altro ieri … di acqua ne e’ passata molta sotto i ponti in questi ultimi quarant’anni e anche di colore sulle tele 😉

  11. …beh! tu hai appena scritto “…credo di aver dipinto alcune tra le cose migliori prodotte in Italia in questo ultimo mezzo secolo (sono sicuro che molti colleghi in Italia oggi pensano la stessa cosa rispetto alle loro opere)…
    Con queste premesse non ti dovrebbe esser difficile rispondere, almeno in parte alla tua domanda “..dove sta tutta questa Pittura?”, non ti pare?

  12. Caro Luciano, avevo anche scritto che “io, insieme a tutti i colleghi contemporanei italiani di questo ultimo mezzo secolo saremmo stati buttati fuori a calci nel sedere dagli studi dei grandi maestri del passato come dilettanti incapaci, incompetenti e arroganti”… A forza di dire che la Fotografia fa la concorrenza alla Pittura, che la Pittura è obsoleta o morta e che la Pittura è stata sostituita dall’Arte Contemporanea…alla fine qualcuno ci crede e in Italia oggi la Pittura è quella che è e sta dove sta…

  13. Carissimi Sergio e Luciano,
    tenterò di fare un pò di chiarezza.
    Ho appena finito di leggere un inutilissimo libro di Vittorio Sgarbi dal titolo ‘Tutta l’arte è contemporanea’ o qualcosa del genere, un campionario di banalità e ovvietà che si legge in 45 minuti.
    Li si possono trovare molti esempi di pittori italiani che godono di un loro giro di gallerie, ve ne sono anche di tecnicamente molto capaci.
    Ma preferisco porre l’attenzione su un altro testo: Art Now vol. 3, pubblicato da Taschen quest’anno.
    Si tratta, per chi non la conoscesse, di una pubblicazione di pura ‘consultazione’, una sorta di elenco aggiornato delle maggiori figure di riferimento di quello che Sergio definisce ‘il Sistema’.
    Una lista di artisti scelti da una rosa di circa 15 ‘esperti’.
    Questo volume presenta 73 artisti di varia nazionalità.
    Di questi 73 ben 28 sono pittori, e per pittore intendo colui che dipinge quadri in modo tradizionale, cioè con tela, tavolozza, pennelli e colore. Vorrei inoltre far notare che buona percentuale di questi fa pittura figurativa, anche di buona qualità – tradizionalmente parlando.
    Ho escluso dall’elenco artisti che propongono vari ‘oggetti’, fra i quali anche ‘quadri’. Se li avessi inclusi l’elenco dei pittori sarebbe salito ulteriormente.
    Vorrei inoltre far notare che in questo 3° volume mancano alcuni pittori che fanno parte a tutti gli effetti del Sistema.
    Da ciò si evince che, per il Sistema, una percentuale della produzione più importante e rappresentativa dell’arte attuale sia fatta da pittura tradizionalmente intesa. Facendo due conti si tratta di circa il 40%. del totale, una percentuale tutt’altro che irrisoria.
    Credo che questo potrebbe por fine a questa ripetitiva denuncia della ‘censura’ del Sistema circa la pittura.
    Se poi qualcuno ha a che ridire sulla bontà di questi pittori, allora si dovrà aprire una nuova parentesi ma, per favore, smettiamola di dire che la pittura è scomparsa dai musei, dalle gallerie, dalle collezioni, dalle aste del Sistema.

  14. Vorrei inoltre aggiungere:
    ho dato una scorsa anche alle precedenti pubblicazioni di Art Now e fatto il solito ‘conto della serva’ della percentuale di pittori – tenendo fede ai criteri assai restrittivi precedentemente descritti.
    Si nota con evidenza un progressivo aumento della percentuale.
    Nel dettaglio:

    edizione del 2005 21 pittori su 81 artisti = 25%
    2008 29 su 81 30%
    2012 28 su 73 40%

  15. Caro Alessandro, gira e rigira giriamo sempre intorno alle stesse cose. Se sei convinto…. che non esiste nessun “SISTEMA” dell’Arte Contemporanea e che tutto succede in modo autentico, spontaneo e naturale……che la Pittura oggi è più viva che mai, sia in quantità che qualità….che la cosidetta “arte contemporanea” corrisponde al Rinascimento o all’Arte Classica greca del nostro tempo…..che Cattelan, Andres Serrano o Hermann Nitsch sono i Fidia e i Donatello di oggi ecc. ecc. VA BENISSIMO…auguri per te e per coloro che si sentono tranquilli e appagati da tutto cio’. Io l’ho già detto, ripetuto e scritto, che ho grossi dubbi al rispetto, come anche curiosità e volontà di migliorare o, meglio, di CAMBIARE e di uscire da questo buco nero artistico, culturale, sociale e politico nel quale ci troviamo.

  16. Carissimo Sergio,
    nonostante le tue buone intenzioni noto che anche tu hai il brutto vizio di mettermi in bocca dichiarazioni che io non mi sognerei neanche lontanamente di sottoscrivere, e sai che non è la prima volta che te lo faccio notare.
    Quindi:
    – io ho soltanto cercato di trovare un argomentazione valida e chiara per controbattere la tua tesi che ‘il sistema dell’arte contemporanea’ operi all’interno di un ‘disegno’ contro la pittura. Inoltre, citando il libro di Sgarbi ho cercato di indicare un possibile luogo ove ‘stia la Pittura italiana oggi’.
    Se non ritieni questi pittori ‘all’altezza’, non posso farci niente, non ho alcun motivo per difenderli, se non per il fatto, appunto, che facciano ‘pittura’ talvolta neanche malvagia, da un punto di vista puramente tecnico.

    – Di spontaneo e naturale, oggi come ieri, non succede un bel niente. Michelangelo ha lasciato un sacco di opere incomplete rincorrendo continuamente commissioni più importanti e altisonanti nonchè più lautamente remunerate, è stato doppiogiochista (coi Medici) e ha invocato il perdono più d’una volta a più d’un personaggio di potere. Ma noi giudichiamo l’opera, non la persona.

    – Mi guardo bene dal considerare l’arte di oggi alla stregua di quella del Rinascimento o quella classica.
    Al contrario, e forse molto più di tanti amanti della tradizione, credo di aver molto chiare le differenze.
    Ed è proprio grazie a questa consapevolezza che non ne giudico l’operato con lo stesso metro.
    Sarebbe come giudicare i mosaici di S.Vitale a Ravenna col metro Vasariano della ‘verosimiglianza’.
    Nonostante ciò preferisco sottolineare le ‘corrispondenze’, anche perchè lo si fa assai meno spesso di quanto sarebbe saggio fare.
    E una delle sempiterne corrispondenze, come ho scritto in questo post, è insita proprio nella lamentazione e ingiuria verso il contemporaneo, sia quello odierno che quello di duecento/duemila anni fa.

  17. il testo iniziale usa uno schema assai classico dei difensori dell’arte moderna. Cerca nel passato gli argomenti per giustificare il presente: l’arte contemporanea non è accettata, anche l’arte del passato non lo era… Come dire allo spettatore di avere pazienza che poi nei secoli l’arte contemporanea verrà accettata. L’autore dimentica che Tiziano, Michelangelo e Leonardo facevano impazzire le folle, oggi per fare entrare il pubblico alla Tate Modern, non si paga l’ingresso e la gente corre alla terrazza panoramica.

  18. Eric, se la prima parte del tuo discorso è ineccepibile, direi che la chiusura sia piuttosto discutibile.
    Andando in giro per il mondo ho sempre trovato molti visitatori nei principali musei di arte moderna e contemporanea.
    Inoltre, la mostre di Damien Hirst alla Tate, Cattelan al Guggenheim, Marina Abramovic al MOMA hanno fatto il pienone, e il biglietto si pagava e come.

    Certo, se si prendono come esempio centri di arte contemporanea decentrati, al di fuori delle mete classiche del turismo – tipo il MAN di Nuoro o il Pecci a Prato – ci troveremo di fronte a spazi tristemente vuoti.
    Ma se ci pensi bene anche la casa di Dante o quella di Michelangelo, se invece di trovarsi nel centro di Firenze fossero situati in paesini sperduti della provincia (tipo la casa di Masaccio a San Giovanni Valdarno) li troveremmo altrettanto vuoti e desolati.

  19. Credo che nel mondo non si sia MAI speso tanto, a livello economico e politico per far accettare UNA UNICA FORMA D’ARTE a livello planetario…..certi “pienoni” per la cosidetta “arte contemporanea” sono anche il minimo che ci si possa aspettare come “ritorno”, no?

  20. Io mi preoccuperei di più per i soldi che si spendono per le armi e le ‘missioni pacifiche’, per esempio, anche se una cosa non esclude l’altra.

  21. Buona sera, la discussione mi appassiona molto, anche se arrivo con grande ritardo.
    Se è ancora possibile intervenire riporto qui un passo di un articolo che ho letto di Vincenzo Trione, sul Corriere della Sera del 3 dicembre 2008 ( me lo sono appuntato all’epoca).

    “Le diagnosi di Hughes, Clair , Vargas Llosa, descrivono i contorni di un crollo. Denunciano l’ impoverimento della sapienza tecnica, la ricerca dello choc effimero, la sudditanza nei confronti delle imposizioni del mercato.
    Analoghe opinioni sono state sostenute da Olivier Jullien in uno spietato j’ accuse, intitolato Art contemporain, le triomphe des cyniques.
    I cinici in questione sono Koons, Fabre e Hirst, che vengono considerati come i pompiers del Duemila. Accademici borghesi, le cui opere sono cifre di un kitsch che, riportato attraverso soluzioni monumentali, esibisce arroganza e stanca provocazione. Tracce di un’ epoca che non sa più riflettere, confrontare, vedere.
    Benvenuti nel tempio del postmodernismo di lusso, nel «pays du cynisme roi».
    Posizioni troppo pessimistiche? Letture riduttive? Approcci tranchant? Più ricca di sfumature la tesi di Paul Virilio, in un piccolo libro uscito mesi fa (L’ arte dell’ accecamento, Raffaello Cortina). Qui si disegna un difficile transito: dall’ arte sostanziale – fondata sull’ uso della materia – all’ arte accidentale, figlia dell’ inatteso, dominata dall’ assenza e dalla strategia dello stupore a tutti i costi. Un esempio? Maurizio Cattelan.(…)”

    Personalmente ho provato un certo sollievo nel constatare che non tutta la critica è appiattita sulle scelte del mercato dominante.
    Trovo interessante quanto scrive Alessandro Querci, ma per alcuni versi fuorviante.

    Qui non si tratta, come nel passato, di non saper riconoscere un’arte innovativa, che forse capiremo in futuro.
    Per due motivi :

    – primo perché è un’arte già ampiamente riconosciuta, almeno dai critici, dai galleristi, dalle accademie anche, insomma dal cosiddetto “sistema” dell’arte contemporanea.

    – secondo perché, a mio avviso, non è affatto innovativa.
    Da Duchamp in poi, passando per la Pop Art, e tutte le “art” che gli anni ’60 hanno prodotto (land, body, optical, visual , relational, conceptual etc etc.) fino ad oggi, tutto quello che propongono questi “pompiers” ( chiamiamoli così per fare prima) non aggiunge nulla a ciò che è già stato detto, pensato, fatto. Il vaso di Duchamp, o la mucca in formalina, è sempre lo stesso identico linguaggio, che però, mentre al principio era una provocazione, contro il sistema dell’arte anche, ormai non provoca più, annoia semmai, ed è stato totalmente inglobato, usato, nel sistema dell’arte stessa.
    Dunque cosa mi dice se non uno stanco ripetersi di un concetto già capito 100 anni fa? ( ready made: posso mettere qualsiasi cosa in una galleria, in un museo, dopo Duchamp diventa un esercizio ripetitivo e tendente all’infinito, sul quale poter imbastire ogni volta infiniti discorsi filosofici, triti e ritriti)

    Ormai sono linguaggi vecchi, e per la loro caratteristica intrinseca iniziale di essere una prorompente irrisione, un grido, una provocazione, mostrano oggi tutta la loro inautenticità, la loro inconsistenza ripetitiva, e annoiano molto di più.

    Certo stupiscono, sbalordiscono i più, anche perché tendono al “gigantismo”, come accade con gli oggetti del Luna Park. Ma che spessore hanno?

    Per fortuna è vero, ci sono moltissimi artisti che sono nel Sistema e sono di grande qualità. Penso a Kiefer, Kentridge ( che usa tutte le arti :disegno, musica, montaggio, teatro..in modo magistrale e poetico), Richter, la stessa Saville ( anche se pure lei tende al “sensazionalismo”), e molti altri di cui si può godere l’intensità, lo spessore umano oltre che artistico, che sicuramente non morirà mai, per quanto lo decretino i critici.

    Purtroppo però a primeggiare sono davvero questi pompati “pompiers”.
    E questo ce la dice lunga su quanto oggi il sistema dell’arte assomigli sempre più al sistema della finanza, dove le opere, come le azioni in borsa, possono venire “pompate” di valore, indipendentemente dalla loro qualità. Basta che in molti si convincano che valgono. ( tanto oggi , essendo saltato il criterio di “bellezza”, di “contenuto”, di abilità e talento, e di “arte” stessa, nessuno ci capisce più niente. La critica d’arte in primis è disorientata).

    Su questo penso e rifletto da un po’ di anni.
    E mi piacerebbe discuterne con voi.

    un caro saluto,

    Valeria

  22. Grazie Valeria per il tuo bel commento, articolato e molto interessante, che condivido totalmente: è una presa di coscienza decisa e solare, che può essere un primo passo per uscire dal tunnel in cui ci troviamo.

  23. Anch’io ti ringrazio, Valeria, ed anch’io come Sergio trovo il tuo commento ricco di stimoli di riflessione.
    Da quando ho scritto questo post, diversi mesi fa, ho avuto modo si discutere più volte su questo tema, spesso riscontrando forti resistenze pregiudiziali al fine di un sereno confronto dialettico.
    Non è certo il tuo caso.
    Io stesso ho continuato a riflettere, a farmi domande, su questo tema.

    Comincerei col precisare che il tema di questo post non è tanto la pertinenza e fondatezza di una certa espressione contemporanea quanto piuttosto – come indica il titolo – la reiterazione attraverso la storia di un senso di scontentezza, di raggiungimento della ‘fine dell’arte’, di glorificazione di un aureo passato.
    Ne ho ritrovato conferma ultimamente, leggendo un libro sulla cultura greca, dove ritroviamo un Aristofane che, nel 406 AC, denuncia la ‘morte della tragedia’ decretando Euripide quale responsabile della definitiva decadenza di tale arte.
    Si quindi tratta di un sentimento antico come il mondo.

    Ma tornando alle tue riflessioni vorrei amichevolmente ‘criticare’ alcune tue affermazioni quali per esempio:

    – Qui non si tratta, come nel passato, di non saper riconoscere un’arte innovativa, che forse capiremo in futuro […..] primo perché è un’arte già ampiamente riconosciuta, almeno dai critici, dai galleristi, dalle accademie anche, insomma dal cosiddetto “sistema” dell’arte contemporanea. –

    Credo che anche la maggior parte dell’arte del passato, o perlomeno dal Rinascimento in poi, fosse riconosciuta, magnificata, promossa, da una precisa èlite culturale-sociale. Parlo ovviamente delle corti, degli intellettuali che le frequentano e dei committenti che le finanziano.
    In seguito questi verranno sostituiti da colti borghesi, dai letterati e dai commercianti, fin dal tempo dell’impressionismo e attraverso tutto il percorso delle avanguardie storiche.

    – secondo perché, a mio avviso, non è affatto innovativa.
Da Duchamp in poi, passando per la Pop Art, e tutte le “art” che gli anni ’60 hanno prodotto [….] fino ad oggi, tutto quello che propongono questi “pompiers” ( chiamiamoli così per fare prima) non aggiunge nulla a ciò che è già stato detto, pensato, fatto. –

    Ammettiamo che ciò sia vero (ma per me non lo è, diciamo che il gesto di Duchamp inaugura una diversa prospettiva che verrà perseguita soltanto da una parte degli artisti a lui successivi), non capisco cosa ci sia di così profondamente diverso dal percorso dell’arte considerata ‘tradizionale’.
    Voglio dire: nell’evoluzione della pittura vedo, da un lato, il progressivo superamento di certe modalità, nel senso di una sempre più focalizzata attenzione alla resa del ‘reale’ che troverà compimento con la pittura ‘atmosferica’ degli impressionisti o dei nostri macchiaioli.
    Dall’altro vedo comunque il reiterarsi, per secoli, della stessa prassi iconografico/espressiva (pitturare sulla tela) e degli stessi motivi tematici: natura morta, ritratto, illustrazione storica-letteraria-mitologico/religiosa, paesaggio.
    Non intendo ovviamente criticare il percorso visivo occidentale, quanto semmai sottolineare che, a seconda delle epoche, si verificano prassi espressive che si sviluppano secondo un preciso filo conduttore: nel secolo passato la pittura astratta, l’irruzione dei media popolari all’interno del linguaggio dell’arte e non ultima la prassi del readymade.

    – Certo stupiscono, sbalordiscono i più, anche perché tendono al “gigantismo”, come accade con gli oggetti del Luna Park. Ma che spessore hanno? –

    Se non ricordo male la metafora del ‘luna park’ era già stata suggerita da Baudelaire alla fine dell’800 e da Valery all’inizio del ‘900. Questo non intende smentire la tua riflessione, quanto, ancora una volta, dimostrare il ciclico riproporsi di simile metafore.

    Per il resto posso che ripetere che anch’io continuo a domandarmi se la tua sensazione non sia fin troppo aderente alla realtà dei fatti.

  24. Vi ringrazio per le vostre risposte.
    ( il paragone con Baudelaire poi mi onora 😉 scherzo. Bisogna vedere di chi parlava, comunque).

    In effetti mi piacerebbe ragionare insieme sullo stato dell’arte ( oggi, come quella del passato) senza epiteti o demonizzazioni.
    Vorrei subito chiarire che io non rivendico un “primato della pittura”, poiché mi interessano i diversi linguaggi ( non tutti) che sono sorti negli anni, per cui apprezzo molto un Viola, per esempio, o altri artisti che fanno audiovisivo, installazioni ( soprattutto quelle che trasformano la città, una piazza, in qualcosa di diverso dal quotidiano) , la street art, il collage, la fotografia etc. etc.
    Ovviamente dipende “come” lo fanno, quanto riescono a dirmi ( che sia ironico, drammatico, cinico, non importa), poiché credo che la forza di un’opera stia, come scriveva Heidegger ( di cui si può discutere l’uomo, e anche il pensiero, ma che sull’arte scrisse cose importanti), nel fatto di “darci da pensare molto” ( si potrebbe ampliare questo concetto, ma insomma semplifico, per brevità).
    Credo sia importante anche l’invenzione, che non necessariamente avviene ricercando spasmodicamente una tecnica nuova, mai usata da nessuno. Riprendo come esempio William Kentridge, che usa linguaggi strausati : il disegno a carboncino, il montaggio, la musica e il teatro, macchinari che sembrano quasi primordiali, che si muovono inerzialmente.

    Ma è “come” li usa a rendere la sua opera artistica ( a mio vedere).
    Innanzitutto il disegno ( e quando dietro a una matita c’è il talento, questo non annoia mai. Ma poi mi soffermerò sull’importanza del gesto segnico, astratto o figurativo che sia, che fa parte delle capacità umane di sintesi, di ragionare anche, di “cogliere nel profondo” per così dire, che un’epoca non dovrebbe mai trascurare, pena il suo svilirsi – vd. in proposito “Segno e Immagine” di Cesare Brandi, 1966). Poi il montaggio che muove queste sue immagini, non banale, non didascalico, poetico. Poi la storia vissuta, il Sudafrica, il colonialismo, e come viene teatralmente raccontata, anzi danzata, evocata.
    In tutto questo c’è talento, maestria, lavoro, e anche significato forte.
    E’ un’opera che coinvolge da un punto di vista estetico ( tutti i sensi sono coinvolti, la vista, l’udito, etc) e mi fa “ pensare molto” ( anche sul come è stata realizzata, ma non solo).

    L’operazione che fa Hirst è molto più facile e assai meno coraggiosa di Duchamp ( il cui gesto coraggioso secondo me, ripeto, ha senso se finisce con lui, non se si ripete all’infinito, negli anni, o nei secoli). Prendo qualcosa di sensazionale, già esistente, magari da un laboratorio di scienze, cosa?…ma si, perché no, uno squalo in formaldeide, non potrà certo passare inosservato, e poi ci costruisco sopra il discorso della vita, della morte…Punto, facile.

    Questo linguaggio secondo me è molto più soggetto all’esaurimento ( o almeno così io spero), forse proprio perché troppo facile, che non il disegno, la pittura, la manifattura, ma anche il collage, il video, la fotografia. Perché esiste solo la “trovata”, l’idea, e per di più un’idea già usata .

    Anche di fronte alla “merda di artista ” di manzoniana memoria penso lo stesso, o davanti alla “mozzarella in carrozza” di De Dominicis, o al mezzo cavallo che esce dal muro di Cattelan…

    Possono suscitarmi un sorriso, ma è troppo poco per farmi arrivare fin lì per vederli. Ed è troppo lo spazio , i soldi, che si sprecano per non farli ammuffire.( al MOMA c’è la “spazzatura d’artista”, che dev’essere tenuta non so in che sostanza, per non imputridire. Io direi che se pure imputridisse, non sarebbe una grande perdita per l’umanità).
    Dunque la mia stanchezza è anche verso tante opere degli anni ’60, ’70, ’80…Laddove lo sperimentalismo ha preso totalmente il sopravvento in un discorso troppo solipsistico dell’arte sull’arte, che necessariamente diventa elitario e autistico, avulso dalla società ( dunque “aristocratico”) come poi si dimostra spesso essere.
    Hanno valore giusto in quanto “testimonianze” di un’epoca. Come potrebbe essere qualsiasi oggetto di modernariato, come infatti lo è.

    In quell’epoca si è detto che tutti sono artisti, che gli oggetti quotidiani e quelli d’arte sono la stessa cosa, si è detto che ogni gesto è arte, si è detto che l’arte non esiste più dopo il modernismo, che tutto e niente è arte…

    Io capisco, contestualizzando il periodo storico, che queste dichiarazioni avevano senso di “democratizzazione” dell’arte, di provocazione, di libertà, di necessità di cambiamento, etc.etc.
    Quello che è accaduto però è andato completamente contro quegli intenti stessi.
    L’arte alla fine è ancora cosa per ricchi, è completamente sussunta dal mercato e non ha funzione sociale ( se non la street art, che io amo molto, penso a Blu, per esempio, per me un grande artista, ma ce ne sono tanti altri, per fortuna).

    Hirst scrive ( sul “Manuale per giovani artisti ” che ho letto) di sapere che prima o poi passerà di moda, ma che intanto gli interessa fare soldi, finché dura. Dunque la sua non è nemmeno una provocazione contro il sistema, ma la voglia di cavalcarlo, nel modo più furbo ( già questo calcolo mi da molte indicazioni sullo “spessore umano” di questo artista).
    Buon per lui, i tempi lo legittimano in questa operazione, anzi ci vanno a braccetto. E in questo senso, davvero , rispecchia in pieno lo spirito della nostra epoca ( lui come altri già citati, non voglio farne una questione “ad personam” ( che va tanto di moda ora).

    Ma allora, penso io, è dalla critica della nostra epoca che dovremmo partire, per arrivare poi ad una critica dell’arte che essa produce.

    Per oggi mi fermo qui. Non so se ho risposto alle questioni.
    Cercherò maggiore sistematicità, la prossima volta.
    🙂
    Grazie e un saluto a voi,
    Valeria

  25. Valeria, che bello leggere le tue riflessioni. C’è freschezza, volontà ed energia per trovare nuovi percorsi e per rimboccarsi le maniche. Questo salutare e continuo ritorno agli anni ’60, quando si è prodotta la vera e rovinosa rottura nelle arti…….erano anche gli anni che noi iniziavamo a cercare qualche cosa di nuovo e di più per l’arte e per la vita….e avevamo esattamente questo spirito solare che ritrovo nei tuoi scritti.
    Anche i ragionamenti di Alessandro sono sempre interessanti, e in alcune cose mi ha anche convinto. Ma credo che stavolta, in questa epoca che stiamo vivendo, ci sia dell’altro, oltre al ripetersi della Storia e della Storia dell’arte. Il problema è che non solamente si sono rotti meccanismi diciamo “naturali” nelle arti ma, parallelamente, si sono rotte anche “regole” e “norme” di sopravvivenza su questo pianeta.
    Forse mi sbaglio, chissà, ma trovo abbastanza similitudini tra “qualsiasi cosa può essere arte” (senza lavoro manuale, perizia tecnica, capacità, esperienza….), con il fatto che si possono fare soldi con i soldi, senza il lavoro (Banche, usura…); che si possono fare nuove guerre coloniali senza soldati (con i Droni); che si possano controllare le persone con i “chips sottocutanei” ecc. ecc.
    Non credo che si possa giustificare sempre e tutto quello che arriva o che c’è, solamente perchè è nuovo o perchè è una “novità”. Il nuovo e le “novità” a volte possono anche essere nefaste, così come il passato non è sempre necessariamente da “superare”. Siamo una specie animale relativamente recente e fondamentalmente debole, confusa, arrogante, violenta e pericolosa, e le sfide, anche nell’arte, dovrebbero essere ben altre se vogliamo costruire un futuro “umano”. Forse sono andato anche un pò fuori tema, scusatemi, ma vivendo qua in America Latina, tra gente normale, che pensa e che vive nè più nè meno come tutti gli altri esseri umani, a volte mi viene l’angoscia pensando di essere “colpevole” di lavorare al cavalletto, con tele, colori e pennelli…..cercando “la resa del reale”…di questo “reale” che è diverso da quello che hanno vissuto gli Impressionisti, perchè il “reale” (ammesso che esista), cambia continuamente, e anche i mezzi, strumenti e metodi della Pittura cambiano.
    Caro Alessandro, hai anche ragione nel dire che gli Impressionisti hanno “compiuto” la loro resa del “reale”…ma qua e adesso nessuno l’ha ancora compiuta……

  26. “Ma credo che stavolta, in questa epoca che stiamo vivendo, ci sia dell’altro, oltre al ripetersi della Storia e della Storia dell’arte.”

    Sono completamente d’accordo con te, Sergio, anche sulle osservazioni di ordine più generale che ne seguono.
    Sono abbastanza d’accordo anche con la riflessione di Valeria, ben articolata nonostante la ricerca di sintesi che qui accomuna tutti noi, pur con dei distinguo qua e là che per ora lascerò perdere.
    Mi rendo conto di correre il rischio di difendere uno status quo che nasconde (ma neanche tanto….) molti rischi di appiattimento servile ad una pragmatica consumistica autofagocitante.
    Posso solo aggiungere, a parziale difesa di questo odierno ‘sistema’, che avendo vissuto in prima persona gli ‘strascichi’ dello sperimentalismo antiautoritario della fine degli anni ’60 (nel senso che io mi sono avvicinato all’arte contemporanea solo alla fine degli anni ’70), posso comprenderne lo spirito positivo, oltre al denunciarne il risultato distruttivo.
    E’ un discorso che mostra dei paralleli con la politica, l’ideologia, l’utopia di quegli anni.
    Inoltre negli anni ho avuto modo di conoscere molte persone all’interno di questo ‘sistema’ e so per certo che non si trattasse di figure mosse da meccanismi vili, ma che – a loro modo – si sentissero all’interno di un percorso estetico cominciato molti secoli fa, e non disprezzassero affatto l’opera dei loro predecessori. Ovviamente questo non può valere per tutti, come per tutte le altre faccende di questo mondo.

    Vi lancio una nuova prospettiva di riflessione:
    credo che oggi la dimensione estetica viva in una molteplicità, pluralità di piani ed orizzonti, costituita da intenti e linguaggi diversi.
    Da un lato abbiamo di fronte un sistema autoreferenziale, il ‘sistema dell’arte contemporanea’, fondato sulle post-avanguardie, che vive di meccanismi e figure che hanno raggiunto pieno compimento negli ultimi cinquant’anni: gallerie/brand, artstars, curators, megamusei, biennali, etc.
    Dall’altro l’affermarsi dell’artisticità’ di media e prassi diverse, tutte accomunate da un ‘saper fare’ attualizzato alle nuove forme d’espressione e nuovi media.
    Il cinema, per esempio, che oltre a rappresentare un’industria commerciale legata al profitto e allo svago ha generato dei veri ‘autori’. Lo stesso possiamo dire della fotografia.
    I criteri formali della ‘bellezza’ (armonia- coerenza formale – creatività – competenza tecnica) sono oggi retaggio di figure professionali che possiamo definire tranquillamente ‘artisti’.
    Penso al fumetto, dove il virtuosismo del disegno non è mai tramontato, anzi si è evoluto – o all’illustrazione e il graphic design, che si nutre sia dei criteri formali classici come di quelli derivati dall’estetica visiva delle avanguardie.
    Si tratta di un’arte più popolare, fondata sul saper fare, sull’usare i nuovi media attraverso una forma d’immaginazione narrativa e iconografica tradizionale, ma che è capace di rinnovarsi nel tempo.

    Sull’arte del sistema avremo ancora modo di riparlare.

  27. Alessandro, mi pare che tu abbia toccato un nocciolo importante della questione. La battaglia antiautoritaria della seconda metà del secolo scorso ha prodotto anche tante cose estremamente positive, come per esempio, sul nostro versante, una evidente democratizzazione dell’Arte, e l’ampliamento dei linguaggi espressivi, che io considero TUTTI legittimi e necessari: la civiltà si misura anche dalla quantità di linguaggi della comunicazione. Io non definirei questi nuovi linguaggi come “Arte più popolare”, perchè mi sembra di ritornare alle “gerarchie”, superate dalle battaglie anteriormente menzionate. Si tratta di nuovi linguaggi dell’Arte, dove ovviamente gli autori e le opere avranno un loro livello di merito o valore. Questi nuovi linguaggi espressivi hanno affiancato strutture già esistenti o si sono dati nuove strutture (centri di formazione, scuole, riviste, musei, biennali e fiere ecc. ecc) come nei casi del cinema, del fumetto, del graphic design, della moda ecc. ecc….e hanno arricchito il panorama artistico generale. NON HANNO preteso SOSTITUIRE o INSTALLARSI negli spazi e strutture di altri linguaggi espressivi. E invece la cosidetta “Arte Contemporanea”, con le sue differenti manifestazioni ha preteso SOSTITUIRE i linguaggi espressivi delle Arti Plastiche (Pittura, Scultura, Decorazione, Scenografia), occupando i loro tradizionali spazi didattici, produttivi, economici, espositivi ecc. Jean Clair giustamente definisce la cosidetta “Arte Contemporanea” come un PAGURO BERNARDO….che per sopravvivere ha bisogno di installarsi nella casa altrui (ma, normalmente i Paguri utilizzano case disabitate o abbandonate…io meglio definirei l’Arte Contemporanea, nel suo rapporto con le Arti Plastiche, come una “pianta infestante”). Non è in discussione l’esistenza della cosidetta “Arte Contemporanea”, ma il suo atteggiamento usurpatore e assassino. Questo è il vero problema della ready-made, della body art, degli happening, delle performance, dell’arte povera, delle installazioni, della video o computer-art ecc. Io non mi spiego PERCHE’, come Pittore, dovrei confrontarmi e convivere con questi linguaggi, che sono diversi, profondamente e radicalmente differenti e distanti dalla Pittura, molto di più di quanto lo sia, per esempio il Cinema dalla Moda che dignitosamente rispettano gli spazi didattici, produttivi, economici ed espositivi di ciascuno.

  28. Dunque si, è più o meno un secolo che i linguaggi si sono incredibilmente moltiplicati e coesistono nello stesso tempo, “tollerandosi”. Sarebbe meglio che si “rispettassero” davvero però, come dice Sergio. Invece questo non sembra accadere.

    Tanti linguaggi diversi stimolano aspettative, metri di giudizio, molto diversi tra loro, inoltre.
    Non si possono sovrapporre, né si può decretare che uno valga di più dell’altro.
    Questo valeva nel ‘900, quando i pittori si riunivano attorno ad un manifesto per affermare la loro idea di arte sopra tutte le altre( ed erano anche stimolanti momenti dialettici, però).
    Ma anche questo desiderio di “assolutizzazione” sembra ormai obsoleto. Dopo la globalizzazione, con il multiculturalismo, con la coesistenza di linguaggi e culture differenti, quello che si cerca ( o si dovrebbe cercare) è il dialogo, il confronto, la contaminazione.
    E all’interno di ogni linguaggio bisognerebbe saper distinguere ciò che vale da ciò che vale meno o non vale affatto ( e questo secondo me non accade).
    Per questo motivo io penso che le critiche mosse da Clair e Hughes, etc. non sono dettate dalla “nostalgia di un glorioso passato” come scrive Alessandro nell’articolo, ma dalla voglia di discernimento del nostro presente, in funzione di un futuro ( magari migliore).

    Si dice che da Warhol in poi, si è passati dal Modernismo delle Avanguardie Storiche al Postmodernismo che ancora permea il contemporaneo. Con una forzatura un po’ schematica e, a mio avviso, un po’ dogmatica, nel 2002 Bourriaud scrive nel suo libro “Postproduction” :
    “Ormai si tratta di dare un valore positivo al “remake” ( al riutilizzo di elementi eterogenei, alla decostruzione, al mixaggio, al montaggio di cose già esistenti, come reazione all’inflazione delle immagini, n.d.r.) piuttosto che imbarcarsi nell’eroica ricerca dell’inedito e del sublime che caratterizzava il modernismo”…
    In proposito penso che:
    – “giocare” con immagini, cose, già esistenti, crea pur sempre nuove immagini e quindi la supposta inflazione cresce ugualmente, non viene guarita.
    – inoltre il “remake” è UNA delle vie possibili tra i vari linguaggi ( come dicevamo prima) e il suo valore dipende anche da “come ” viene fatto, non dal semplice essere fatto.

    Anche l’illustrazione, il fumetto, hanno i loro grandi artisti, certo Alessandro ( da Pratt a Mattotti, da Pazienza a Toccafondo, solo per accennare velocemente qualche italiano).
    E forse, proprio per la loro riproducibilità, oggi vanno più per la maggiore che non la pittura, forse…non so ( ci sto riflettendo sopra).
    E il cinema si distingue in cinema d’autore ( che è arte) dal cinema commerciale, che è consumo semplicistico, facile e veloce.

    Ci sono artisti poi che rigettano proprio il concetto di “autore”, per cui semplicemente riproducono opere del passato, che invece di chiamare “plagio” ( come le foto di Sherrie Levine, che rifotografa foto di altri e le espone, e dunque fa una cosa “nuova”), chiamano arte postimpressionista.

    Io credo ancora nell’autorialità invece, che non vuol dire “aristocraticità”, e in questo non mi sento affatto passatista.

    La pittura infine ( come ultima riflessione), che sia astratta, materica, informale, figurativa etc., secondo me mantiene la famosa “aura” di cui parlava Benjamin, che forse è ciò che va contro la società contemporanea, dove il tempo per la contemplazione del pezzo unico, per la riflessione, per l’immersione nella visione, non c’è, è breve, frammentato, disperso.
    C’è piuttosto la velocità della fruizione, la riproducibilità delle immagini, il movimento, l’istallazione temporanea, il mangia e fuggi, l’opera scioccante perché deve lasciare traccia ad un passante veloce e per lo più distratto.

    E forse è proprio questo ciò che mi fa amare molto la pittura ( come mi piace immergermi in un immenso quadro di Kiefer, di Vedova, di Bacon…) e mi fa pensare che abbia un grande valore proprio oggi.
    Un valore che mi dispiace veder messo in secondo piano da un teschio indiamantato 😉 ( tanto per ribadire 🙂

    non si finirebbe mai, ma per oggi direi che mi fermo )

    un caro saluto a voi, con cui è davvero piacevole discorrere

  29. Carissima Valeria, posso assicurarti che il piacere è ampiamente condiviso.
    Ancora una volta mi trovo abbastanza concorde con le tue affermazioni, pur con alcuni ‘distinguo’ che stavolta cercherò di non omettere.

    – Sarebbe meglio che si “rispettassero” davvero però (i differenti linguaggi), come dice Sergio. Invece questo non sembra accadere. –

    Credo non si tratti di una questione di rispetto, quanto di un paradigma moderno che tende a separare i ‘campi’, sia per competenze, cioè per la progressiva settorializzazione degli addetti ai lavori, che per le oggettive differenze strutturali-sociali del tipo di fruizione delle varie forme espressive.
    Il campo dell’arte contemporanea si è asserragliato nel rivendicare la legittima discendenza di una forma di espressione che va dai greci a Picasso e Duchamp, passando dal rinascimento all’impressionismo.
    Ciò è dovuto principalmente alla suddivisione di ‘belle arti’ dalle ‘arti applicate’, che è stata formalizzata nel 1700 ma che vede un precursore nel Vasari. La nascita del ‘museo’ è uno dei segnali più forti di questo fenomeno.
    Forse è ora di rimettere in gioco questo concetto, e non è detto che questo cambiamento di prospettiva non sia già in atto. I più importanti musei di arte moderna (anche il nostro Museo di Rivoli ed il Pecci di Prato) hanno presentato mostre di artisti-autori provenienti da ambiti ben diversi da quelli dell’arte del ‘sistema’. Mi sembra una tendenza in espansione e non si può che valutarla positivamente ( pur con le sue ovvie implicazioni nella necessità-strategia a fini commerciali ) .

    – E all’interno di ogni linguaggio bisognerebbe saper distinguere ciò che vale da ciò che vale meno o non vale affatto ( e questo secondo me non accade). –

    Credo che anche in questo caso le cose non stiano esattamente così. Mi è capitato negli ultimi anni di avere sottomano dei cataloghi di vari triennali e biennali degli anni ’50, ed anche più vecchi. Della maggior parte delle centinaia di artisti esposti non vi è più traccia né memoria. Ultimamente sto leggendo una corposa biografia di Modigliani che ritrae un’immagine della Parigi inizio secolo molto dettagliata. Gli artisti attivi a Parigi in quegli anni erano una vera e propria moltitudine, tutti alla strenua ricerca del ‘nuovo’, senza contare gli ‘accademici’. Ma nella storia, a rappresentare quegli anni, ne sono rimasti si e no una ventina. Lo stesso possiamo pensare delle grandi capitali europee: Londra, Madrid, Vienna, Monaco di Baviera, Praga, dove centinaia di artisti allora famosi oggi sono stati seppelliti con le macerie dei tempi andati. 
Suppongo che lo stesso succederà con i nostri contemporanei, la maggior parte cadrà nel dimenticatoio (io stesso ancora ho memoria di artisti famosi negli anni ’80, oggi dimenticati) e solo pochi di questi verranno citati nei futuri libri di storia dell’arte.
    Ma all’interno dell’orizzontalità della produzione del nostro tempo, cioè di ciò che accade adesso (come nella sincronicità ‘orizzontale’ di ciò che accadeva prima), tutto sembra avere più o meno lo stesso valore.

    – Per questo motivo io penso che le critiche mosse da Clair e Hughes, etc. non sono dettate dalla “nostalgia di un glorioso passato” come scrive Alessandro nell’articolo, ma dalla voglia di discernimento del nostro presente, in funzione di un futuro ( magari migliore). –

    Potrei essere d’accordo, infatti non ho alcuna pregiudiziale nel rimettere in discussione lo status quo, anzi lo ritengo salutare, ma a mio avviso la debolezza della loro prospettiva sta proprio in quella incapacità di leggere ciò che si può prospettare innanzi a noi, e di vedere in chiave diversa e positiva aspetti contemporanei che potrebbero essere rivelatori e pregnanti, piuttosto che promulgare una denuncia che trasuda nostalgia di un passato che secondo me è pericolosamente idealizzato. Comunque Hughes lo salvo, trovo che all’interno della rosa di nomi che ho presentato sia il più lucido.

    Bourriaud lo lascerei stare all’interno del suo orticello, è uno che fa il suo lavoro, cercando di analizzare alcune prassi (non certo tutte) dell’espressione dell’arte contemporanea.

    Per tutte le successive osservazioni sull’autorialità e la pittura mi trovo in perfetta sintonia col tuo punto di vista, con un’unica replica:

    – Un valore che mi dispiace veder messo in secondo piano da un teschio indiamantato ( tanto per ribadire ) –

    Il teschio di Hirst rappresenta una forma d’arte, all’interno dei meccanismi di produzione e di fruizione, a noi contemporanea. Rispecchia ed è nutrita dai meccanismi della nostra società. In questo senso ritengo che non la possiamo scalzare, o considerare come un ‘errore’ della storia perchè – di fatto – è in qualche modo, anche spiacevole, la nostra storia.
    La storia, ormai lo sappiamo, è scritta dai vincitori e questo è certo un suo limite ontologico ma anche una sua caratteristica specifica. La Chiesa Romana ha cercato di distruggere la maggior parte delle opere greche-latine, la corte ‘illuminata’ dei Medici le ha fatte risorgere, cercando di distruggere (perlomeno a livello ideale) l’arte del medioevo.
    La maggior parte degli artisti che dei quali magnifichiamo la grandezza lavoravano all’interno delle corti dei potenti e promuovevano i loro valori (ho scritto un blog su questo).
    Personalmente, sarò forse un illuso, non credo che il teschio di Hirst tolga niente a bel quadro, semplicemente si tratta di un’altra cosa.

  30. Vorrei anche rispondere a Sergio: credo di essere stato frainteso – forse mi sono spiegato male – non intendevo svilire certe forme d’espressione qualificandole come ‘popolari’, quanto semplicemente usare un termine comune per denotare la loro penetrazione nel tessuto sociale e culturale, la loro più ampia condivisione da parete dei soggetti più svariati.
    Definendo come ‘popolare’ un film d’animazione della Pixar, rispetto ad un’opera di Felix Gonzales Torres, intendo sottolineare questo tipo di differenza, non certo depontezializzarla.
    Per ciò che riguarda la tua successiva denuncia di ‘usurpazione’ da parte dell’espressione delle post avanguardie devo ammettere che non sono in completo disaccordo con te.
    Da quando abbiamo cominciato a scriverci ho avuto modo di modificare quella che era la mia ‘prospettiva’ iniziale.
    Ma come ho scritto più volte non riesco ancora a cogliere un ‘disegno-logica distruttiva’ in un fenomeno sviluppatosi nell’arco dell’ultimo secolo. Credo che di battaglie e guerre nel mondo dell’arte se ne siano combattute diverse, e che qualcuno abbia dovuto soccombere sotto il peso di quella che io definirei come la volontà della storia (scusa questa estrema generalizzazione).
    Ricordo una discussione con un esperto di arte seicentesca, un olandese che è stato direttore dell’omonimo Istituto a Roma.
    Lui parlava di una categoria di artisti-pittori che è stata decimata alla fine dell’800 dall’avvento di una nuova forma di arte, che ancora parlava il linguaggio della pittura ma che veicolava contenuti ed intenti assai diversi. Si tratta degli impressionisti.
    Una pittura colta, letteraria, che ancora attinge a piene mani dal classicismo, dal mito, dalla letteratura e poesia, infine da una forma raffinata di idealismo romantico ed esotico, è stata soppressa da una nuova generazione di pittori, attenti al solo accadimento ‘retinico’, alla resa dell’atmosfera’ sulla superficie pittorica, dove il soggetto non riveste più alcuna importanza, se non per connotare la sua ‘modernità’.
    Ma ancora si tende a disconoscere l’entità di tale frattura, fondamentalmente perchè ci troviamo ancora nell’ambito del ‘referenziale’, cioè del figurativo-naturalistico.

  31. Alessandro e Valeria, ho scritto un Post nuovo su queste cose di cui stiamo parlando: “Arte Contemporanea” problema risolto!
    http://blogosfera.varesenews.it/la-bottega-del-pittore/?p=11799#more-11799 ( Alessandro,in questo Post ho lasciato il paragrafo ” “Arte più popolare” così come lo avevo scritto,perchè mi pare che faccia riferimento proprio al “denotare la loro penetrazione nel tessuto sociale e culturale” a cui tu ti riferisci….)

  32. Pingback: astratto.net

  33. NOVECENTO PER LE ARTI FIGURATIVE SI PUO DEFINIRE “IL SECOLO DELLE AVANGUARDIE, DEI CONCETTI E “DELLA RICERCA”.
    GLI ARTISTI DAGLI INIZI DEL ‘900 ESAURISCONO I LINGUAGGI SINO AL LORO COMPLETO SVUOTAMENTO (1970 – 75)
    Da oltre un decennio siamo entrati in un nuovo secolo, ma l’arte sembra non riuscire a proiettarsi in una dimensione “evolutiva” rispetto all’era in cui è contestualizzata. Nuove tecnologie si sono ormai ampiamente diffuse, persino nel nostro vivere quotidiano, ma il prodotto artistico non ha trovato dei nuovi linguaggi attraverso cui comunicare a tutti questa situazione.
    Dal 1975 al 2013 il mondo e le arti entrano in una nuova era. (progressi tecnologici)
    Nel finire del secolo precedente tutto il sistema dell’arte, in ambito internazionale, si immette nei mercati mondiali, l’ambiente artistico viene fortemente influenzato dal processo di globalizzazione ed è sottoposto a continui mutamenti da cui derivano la liberalizzazione dei mercati, del commercio e degli investimenti. Le Gallerie d’arte, le Fiere, le Case D’asta, i Musei, le Banche ed i Collezionisti, con l’appoggio dei Curatori, si occupano di concretizzare mere operazioni commerciali; si pongono alla guida di tali automatismi e questo causa, nel tempo, il blocco della ricerca artistica. Attualmente non si riscontra più una continuità con il nostro passato storico. Pertanto l’artista non è più l’iniziatore, l’inventore o lo sperimentalista: è il sistema che traccia il suo cammino. L’artista quindi snatura i concetti estetici ereditati dal passato e produce ciò che gli chiede il mercato. (Duchamp,Pollock,Picasso,Brancusi,Fontana,Warhol). Oggi constatiamo che centinaia di migliaia di artisti ripropongono vecchi linguaggi, presentando varianti e confezionando opere dalle trovate da circo equestre, cadendo anche nelle peggiori provocazioni.
    L’artista, per essere tale, dovrebbe guardare al mondo della ricerca e della sperimentazione, avventurandosi in territori sempre più complessi e ancora insondati, orientandosi verso traguardi che solo lui sappia interpretare, conoscere, approfondire.

  34. Il Pasto Nudo.
    Cosa e chi definisce cosa sia contemporaneo e cosa lo é di meno o addirittura non lo é affatto? Siamo scivolati irreversibilmente verso la fine dei sensi come categoria del pensiero e della percezione del reale. Qui alla fine di un epoca e di un mondo che nel precipitare trascina con di se rovinosamente tutto ciò che gli capita, comprese le tragedie contemporanee ed il suo storico carico di morte distruttivo e purulento, cinico e devastante fino all’impotenza; con i suo ferri vecchi di fronte a nuove realtà indecifrabili. Necessita spalancare la finestra e far entrare aria fresca. E contemporaneamente gettare nel nulla nichilista il suo nulla medesimo a cominciare dalla sua mummia ispiratrice l’ ideologo onanista Duchamp…basta siamo allo stremo. Fermiamoci per un attimo e riprendiamo fiato. Guardiamo il mondo con occhi bramosi di trovare uno spiraglio di luce in queste tenebre. Siamo arrivati fin qui con la mente sconvolta e confusa dalla perdita dell’orizzonte della storia e del senso della realtà. Oltre ogni limite e tabù. Adesso vale tutto! Manca solo la profanazione dei cadaveri nei cimiteri, celebrare sacrifici umani, cannibalismo rituale, incesto sacro, le scene del delitto con morto reale, gli assasini seriali e giù oltre ogni limite, giù, giù negli angoli più reconditi degli abbissi dell’anima umana. Qui il più grande artista da citare, l’unico, il solo é il Colonnello Kurz con la sua visone apocalittica, totale e radicale dell’essenza della tragedia umana che non riesce ad intravedere nemmeno uno spiraglio di luce, uno straccio di futuro e nemmeno un abbozzo d’idea progettuale per affrontarlo. Lo smarrimento del senso della storia che accade, come sguardo introspettivo lucido ed autocritico, oltre l’elemento della follia orgiastica in cui stiamo stagnando da oltre 100 anni, non ci dice e non ci aiuta a capire ciò che ci accade: accade e ne consegue e dà l’idea che dopo il crollo delle certezze ideologiche che volevano “ordinare” e modellare il mondo e la realtà, secondo certi parametri e disturbi bipolari, si é spalancato l’abbisso e non ha gettato nessuna fondamenta, nessun ponte. Non ha senso quest’arte contemporanea con i suoi artefici perché non sanno più riconoscere il mondo e tanto meno possono farlo da quei ricchissimi salotti da cui provengono i milioni di euro che li sostengono e li ingozzano per il puro godimento di pochi profani che vedono se stessi come le vere muse ispiratrici. Signor Querci non la butti sul personale o sulle più maleodoranti cattive qualità umane che possano animare critiche o invettive verso questo o contro quello. Lo stesso identico parametro é applicabile a questi artisti “contemporanei” che di avidità e condiscendenza hanno un bel fardello di cui dar conto si alla storia. Ma se una rappresentazione poetica, per essere tale, deve avere sempre cementato insieme all’opera permanentemente un critico profumatamente pagato o lo storico sguercio che lo sostenga, lo spieghi o lo divulghi mi sembra già un aborto tenuto in vita da buone e mediocri intenzioni monetarie, piuttosto che stare in piedi da sola. Quest’arte é debole come il pensiero che la anima. E’ gratuita, pigra, provinciale, facile e il massimo dell’impegno non va oltre alla banalità visiva e fatua; una sconfitta per tutta la categoria delle idee, tale l’arte, e del pensiero se tale possiamo definirla, mettendola in una prospettiva storica, cercarne un senso nel suo divenire. Qual’é la prossima frontiera? Il prossimo tabù da abbattere? L’auto immolazione di Cattelan in piazza del Duomo come un bonzo tibetano che si da fuoco come un’opera unica e totale? O il kamikaze Hirst che si fa saltare in aria alla prossima biennale con un cranio di dinosauro carico di sentex? Magari Serrano ha una folgorante intuizione e si fa veramente crocifiggere per essere più vicino all’essenza delle icone sacre? Oggi mi trovo a considerare queste volontà artistiche ed espressive come la quinta essenza della pornografica, iconoclasta, autoreferenziale, onanista. E’ come trarre piacere davanti ad uno specchio, eccitandosi a guardarsi il proprio sedere. Con tutto l’amore che posso con tutta l’obbiettività possibile non riesco a vedere la flagellazione di Piero della Francesca sullo stesso piano delle cacche di Serrano o la demenzialità ideologica, velleitaria e ipocrita dei fanciulli impiccati di Cattelan vicino alla testimonianza della Zattera di Gericault . Mi si stringe lo stomaco. Non perché sono meglio eseguite o più difficile da realizzare quella del francese, ma semplicemente perchè dice meglio e più incisivamente un aspetto della tragedia umana del vivere. L’arte si deve vedere, deve parlare da sola con i suoi codici più congeniali e non essere sempre accompagnata da un pincopallino che dice come si deve leggere e cosa significhi. Un po come accade nel Satyricon di Fellini dove alla fine del suo esistere il poeta Eumolpo chiede come suo ultimo desiderio prima di morire di essere divorato dai partecipanti del banchetto funebre, come dono supremo della sua ars poetica. Non ci resta che il pasto nudo.

  35. Mi scuso per gli errori di sintassi e grammaticali ma ho erroneamente pubblicato la bozza e no quella definitiva. ma sa va…

  36. Sig. Michele, se vuole puo’ pubblicare la versione definitiva, ed io cancello la bozza e “le scuse”. Condivido tutta la sua riflessione, grazie, Sergio Michilini

  37. Carissimo signor Michele, la ringrazio per la sua riflessione che, al di là del mio gradimento, mi pare possa essere condivisa dalla maggior parte dei lettori di questo blog e ben s’intona col titolo e i contenuti del mio articolo.
    Solo un’osservazione: lei parla di un’arte che ‘stia in piedi da sola’.
    Ma quando mai, nella storia, un’arte è stata in grado di stare in piedi da sola?
    Non vi sarebbero Giotto e Cimabue senza la Chiesa, Donatello, Brunelleschi e Botticelli senza i Medici (che non a caso erano banchieri), Michelangelo, Tiziano e Caravaggio senza papi e cardinali, e tutti i successivi grandi maestri senza corti, imperatori, Stati, Musei, collezionisti e mercanti. Senza dispendio di soldi, in nome di una causa o dell’altra, non vi è grande arte.

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