Annibale e l’esercito cartaginese sui monti della Daunia

Se c’é una battaglia di annientamento totale del nemico a cui si ispirano le accademie militari di tutto il mondo ancora oggi, quella é proprio la BATTAGLIA DI CANNE , in Puglia, dove Annibale (quello degli elefanti che attraversarono le Alpi), alla testa dell’esercito cartaginese molto inferiore numericamente, ha praticamente accerchiato e distrutto l’esercito romano il 2 agosto del 216 a.C.

Sul sito reale dove si svolse la battaglia ci sono diverse opinioni, una delle quali (forse la più comprovata con reperti archeologici) la individua nella valle del Celone tra Troia e Castelluccio Valmaggiore e, ispirato da questa tesi ho realizzato questi dipinti, che potrebbero anche conformare un trittico:

LE TESTIMONIANZE DELLA BATTAGLIA DI CANNE (La Gazzetta del mezzogiorno)

Eppur si trova. Bianca Tragni (Gazzetta 6/10) riporta il dato oggettivo che non si è trovata alcuna testimonianza della battaglia di Canne in quel sito. Ma si sono trovate, invece, più a nord, nella valle del Celone tra Troia e Castelluccio Valmaggiore. Lo attesta lo studioso Dott. Mario Izzo (Airone, n. 103, novembre 1989). Annibale è alle porte, del Celone. A parte gli innumerevoli ritrovamenti archeologici, spesso crani e spade, all’esame del C-14 risultati coevi all’evento bellico e non medievali come alla foce dell’Ofanto, l’esame delle carte dell’Istituto geografico militare fa scoprire nomi che rifanno da soli la storia come Pozzo del Cartaginese o Lago di sangue, Campo Romano, Fontana di Varrone( console Caio Terenzio Varrone), Fontana di Paolo (console Lucio Emilio Paolo), contrada Servigliuccio (proconsole Gneo Servilio), Canale delle Canne ( sulle rive del Celone le canne non sono mai mancate). Se ricordiamo che Tito Livio menziona tre castelli (oppida) nella zona della battaglia e li chiama Vercellio,Vescellio e Sicilino, nelle carte geografiche militari leggiamo contrada Vetruscelle, Secelline e Vescelline e la strada per Secelino (Monte Felice) è la via Appia traiana. Polibio afferma che i romani impiegarono due giorni per raggiungere Canne (sull’Ofanto?) da Geronio (Casacalenda): nessuna legione avrebbe potuto percorrere 120 Km in due giorni, mentre il Celone distava solo 40 Km.
Francesco Berardino, Foggia

Sergio Michilini, ANNIBALE BARCA ISPEZIONA LA VALLE DEL CELONE, 2021, oliotela, cm60x50

CANNE DELLA BATTAGLIA O CASTELLUCCIO VALMAGGIORE? (Comitato pro-Canne)

Torna la polemica sul luogo esatto in cui si sarebbe svolta la battaglia di Canne. Il confronto è fra gli storici ma cittadini e amministratori non sono esclusi per gli ovvi interessi che una scelta o l’altra determinano. L’occasione, questa volta, è data dalla sceneggiatura di un film. Ma andiamo con ordine.
IL FATTO
CASTELLUCCIO VALMAGGIORE, 4 ott – La piana di Barletta o quella sottostante Castelluccio Valmaggiore, il piccolo centro che sorge sulle prime propaggini del Preappennino dauno? Ritorna alla ribalta la controversia sul luogo dove si è svolta l’epica battaglia tra Cartaginesi e Romani. E questa volta c’è di mezzo una fiction per la televisione, che il Comune di Castelluccio, d’intesa con quello Lucera, Troia, Biccari e Orsara di Puglia, vorrebbe realizzare per rilanciare l’ipotesi ventilata trent’anni fa da Mario Izzo, un medico del piccolo paese con la passione per l’archeologia. La sceneggiatura del film sarebbe già in fase di realizzazione. E per il prossimo 9 ottobre è stato fissato un incontro nella sala consiliare del Municipio di Castelluccio con Salvatore Giannella, ex direttore della rivista Airone, impegnato a sua volta alla stesura di un libro, che avvalorerebbe le convizioni di Izzo, manifestate nel 1971. Fu proprio in quell’anno che l’ipotesi formulate dal medico rimbalzarono nelle cronache nazionali, dopo che il settimanale «L’Europeo» aveva pubblicato la storia, intrisa di particolari sui ritrovamenti fatti da Izzo di reperti riconducibili all’anno 200 a.C. E lo scontro, secondo i due autorevoli «cronisti» del tempo, Tito Livio e Polibio, avvenne il 2 agosto del 216 a.C, in una giornata di grande caldo e spazzata dal favonio che aiutò Annibale ad annientare l’esercito di Roma, dopo aver messo in atto una strategia che per il modo in cui venne condotta rimane anche ai nostri giorni un modello dell’arte della guerra, materia di studio in tutte le accademie militari del mondo.

Sergio Michilini, ANNIBALE SUL MONTE CORNACCHIA DI FOGGIA, 2021, oliootela,cm60x50

L’ipotesi lanciata dal medico provocarono un terremoto nel mondo accademico e soprattutto in quel di Barletta, tra i componenti del Comitato pro-Canne della Battaglia, che bollarono decisamente «la provocazione» lanciata da Izzo. Per mesi la questione tenne banco tra storici e archeologi: tutti però si mostrarono propensi al fatto che la disputa tra le truppe di Annibale e quelle di Roma, al comando di Varrone e Paolo Emilio, si tenne sulle sponde dell’Ofanto, come sempre sostenuto da Livio e Polibio. L’ex presidente del Comitato pro Canne, Carlo Borgia, qualche anno fa, ha affidato ad un libro dal titolo eloquente, «Annibale in camicia nera», l’infondatezza delle asserzioni di Izzo, rivendicando il vero luogo dello scontro, vale a dire la piana sottostante la collina di Canne, a pochi chilometri da Barletta. Ma il luogo dove si svolse l’epico scontro non è accampato soltanto da Castelluccio, c’è anche un’altra teoria che circola da anni: quella portata avanti dal prof. Lucarelli, che sosteneva che la battaglia si tenne nei pressi di Celenza Valfortore, sulle sponde del fiume Fortore. Anche in questo caso ci sarebbero dei reperti a provare il fatto. «L’idea di realizzare una fiction sulla battaglia più celebre dell’antichità – afferma il sindaco di Castelluccio Valmaggiore, Giuseppe Campanaro – mira proprio a suffragare la tesi che quello scontro si è svolto sul nostro territorio, al confine con quello di Biccari, Lucera a Troia. Per questa ragione nei prossimi giorni scopriremo una lapide intitolata «La valle di Annibale». Il progetto di trasportare su pellicola quell’evento da parte del Comune del piccolo centro preappenninico è come se avesse riaperto le ferite ai rappresentanti del Comitato di Barletta, provocate trent’anni fa da quell’articolo apparso sul settimanale milanese. «L’ipotesi di Castelluccio è tanto remota che non viene suffragata da nessun dato di fatto, non soltanto da parte nostra, ma soprattutto da studiosi di tutto il mondo che non mai ritenuto opportuno avallare questa ipotesi. Basterebbe guardare un recente documentario mandato in onda dalla BBC nel corso del programma “Time Watch”, dedicato alla battaglia tra Cartaginesi e Romani e girato là dove la storia ci ha consegnato il luogo dove avvenne lo scontro: a Canne, vicino l’Ofanto», dice il presidente del Comitato italiano pro-Canne della Battaglia, Vito Nino Vinella.
Antonio Monaco

Sergio Michilini, L’ESERCITO CARTAGINESE SUI MONTI DELLA DAUNIA, 2021, oliootela,cm60x50

CANNE DELLA BATTAGLIA: NEL 1939 FURONO LE ESIGENZE DI ROMANITÁ DEL FASCISMO A RITENERE ANNIBALICO L’ATTUALE SITO OFANTINO

“La battaglia di Canne fu la più grande battaglia della seconda guerra punica, combattuta tra Romani e Cartaginesi. Si svolse il 2 Agosto del 216 a.c. con la partecipazione di circa 80.000 Romani, suddivisi in 16 legioni di cui 8 di soldati romani e altre 8 di soldati alleati.
Il luogo della battaglia è controverso: sebbene la gran parte degli storici lo identifichino con Canne nell’attuale agro della città di Barletta, nei pressi del fiume Ofanto, alcuni studiosi, di cui Antonio Fratangelo è il massimo rappresentante, – sulla base dei documenti storici e dei rilevamenti archeologici – sostengono sia da identificarsi più a nord, sulla riva destra del fiume Fortore (in questo caso gli eventi si sarebbero svolti al confine tra le attuali Puglia e Molise, con la battaglia decisiva sulla sponda pugliese)”. Wikipedia.
Vi sono anche altre ipotesi. Nel Novembre del 1989 la rivista Airone pubblicò un interessante articolo sul tema, intitolato: “Nella Puglia di Annibale – Un giallo della storia” a cura di Nicoletta Salvatori. L’autrice era arrivata a Foggia per saperne di più sul medico condotto di Castelluccio Valmaggiore, Mario Izzo che da 32 anni si dedicava alla ricerca di reperti archeologici in quel territorio.
Io stesso incuriosito dall’articolo di Airone, mi recai A Castelluccio Valmaggiore per saperne di più, fui ricevuto da Izzo a casa sua e poi portato a vedere alcuni dei posti indicati in queste pagine e posso testimoniare questo racconto di persona.
Castelluccio Valmaggiore
“Capelli ormai bianchi che contrastano con le spesse sopracciglia scure alla Breznev – continua l’autrice – Mario Izzo porta con disinvoltura i suoi 66 anni… e gioca con me come il gatto con il topo intrappolandomi nei labirinti di una erudizione che solo un autodidatta può costruirsi..con la smania di raccontare tutto subito, di convincere, di sorprendere che, gli fa ingarbugliare il discorso, confondere presente e passato, fatti e conclusioni”.
“Fu verso la fine degli anni settanta – racconta Izzo – che cominciai a chiedermi il perché di quei frammenti di antichi manufatti che le arature portano alla luce. La storia la sapevo bene, Livio e Polibio li avevo letti a scuola. Avevo inoltre studiato le carte dell’Istituto geografico militare relative alla zona attorno a Castelluccio Valmaggiore ed ecco che davanti ai miei occhi, i nomi rifacevano da soli la storia: Lago di sangue, Campo romano, fontana Varrone (Caio Terenzio Varrone era console durante la battaglia di Canne), contrada Servigliuccio (Servilio era proconsole e comandava una parte delle forze in campo). Tre toponimi in particolare attirarono la curiosità di Izzo: contrada Vetruscelle, Secelline e Vescelline, ritrovate nel passo di Tito Livio nel libro XXIII, capitolo 37: “.. tre castelli (oppida) che si erano ribellati al popolo romano alleandosi con Annibale, Vercellio, Vescellio e Sicilino, furono ripresi con la forza da Marco Valerio… Per non parlare di “Canale delle canne” e contrada Canne e sulle rive del Celone le canne non sono mai mancate. Il Celone è poco più di un torrente ma la sua valle, spazzata dal vento, è ricca di fonti perenni capaci di dissetare un esercito. Io allora non pensavo a Canne – continua Izzo – piuttosto credevo di aver trovato l’antica Geronio dove il generale cartaginese attingeva alle riserve di grano”.
“I libri di storia – riprende l’autrice dell’articolo – ci dicono che Geronio si trova presso Larino, a Casacalenda dove un vecchio toponimo parla di Piano Gerione, ma nessuno scavo lo comprova.
A riscrivere l’avventura pugliese di Annibale sono stati gli storici che hanno analizzato le fonti, discusso sui rimandi semantici di ogni parola di Livio, scomodato secoli di filologia greca per scoprire quel che Polibio non ha scritto”.
E quì è la parte del’articolo che allora mi aveva colpito di più.
Continua l’autrice: “…ma nessun archeologo ha scalzato anche una sola zolla da quando nel 1939 fu scoperto presso l’attuale Canne della Battaglia, un sepolcreto che, le esigenze di finta romanità del regime fascista, indussero a ritenere annibalico e che nel 1960 fu dichiarato indiscutibilmente medioevale come la cittadella che lo sovrasta”.
Ho così personalmente indagato e scoperto un documento della seduta del Consiglio Direttivo del 10 Febbraio 1940 convocato nei locali della R. Deputazione, presenti vari commissari, consiglieri e deputati, informava “dell’approvazione da parte della Giunta Centrale Studi Storici, del piano di lavoro…”. Alle pagine 82 e 84 è scritto:” L’Anno XVII quarto di sua vita è stato uno dei più fecondi di lavoro della nostra R. Deputazione… Occorre inoltre ricordare la pubblicazione delle nostre due riviste – Iapigia – e – Rinascita salentina. La prima ha edito quattro fascicoli… ma soprattutto, quasi un intero fascicolo si è ritenuto dedicare alla monografia, di eccezionale importanza, redatta dal nostro Prof. Gervasio sugli scavi di Canne. Tutti noi abbiamo seguito e appreso con il massimo entusiasmo le belle fatiche del Gervasio e dell’On. D’addabbo animatore dell’Ente Fascista per i monumenti di Terra di Bari, fatiche che hanno portato alla brillante scoperta del seplocreto e alla definitiva ricostruzione della celeberrima battaglia di Canne, dopo secoli di dubbi e polemiche.
Scrive a questo proposito anche Valerio Riva che si era occupato della storia di cui trattiamo: “(…) vado a Bari a parlare con il professor Lavermicocca cui è affidato l’Antiquarium di Canne. Ho una prima sorpresa, perché non è un archeologo romanista ma medioevalista. Come mai? Perché, lui mi spiega gli unici scavi che conviene fare a Canne riguardano la cittadella medioevale… del resto, in tutte le tombe che sono state studiate da cinqunt’anni a questa parte, non si sono trovati resti del III secolo a.c. Ma allora? Che a Canne si sia svolta la battaglia tra romani e cartaginesi, lo attesta una tradizione all’incirca di origine medioevale e gli unici che non hanno potuto provarlo sono stati gli archeologi. Cinquant’anni fa un grande archeologo, il Gervasio, ci provò e aprì una serie di tombe sulla collina esaminò i resti umani e… ebbe subito molti dubbi sulla verità ma, era l’era fascista, il regime era ossessionato dal fantasma delle guerre annibaliche… E Gervasio pur con tutti i suoi dubbi si lasciò influenzare. Riconobbe in quel sepolcreto le tombe degli eroi di Canne. Così il regime fece fare perfino una stazione ferroviaria lungo la linea che collegava Barletta a Spinazzola. Poi venne la guerra, cadde il fascismo… Ma allora fu tutto un inganno?
Mi impressionarono anche le parole di Marina Mazzei, allora archeologa responsabile della soprintendenza di Foggia che intervistata dalla Nicoletta Salvatori, così si esprimeva sulla storia di Izzo: “E’ roba vecchia”, riporto la frase così come scritta su Airone. ” Con involontaria ironia Marina Mazzei liquida il caso Izzo… I ritrovamenti risalgono agli anni settanta . Il dottor Izzo, ufficiale sanitario di Castelluccio, trovò alcuni cocci tra i campi. Probabilmente il mio predecessore giudicò la cosa di poca importanza, un sito non più interessante di tanti altri e, non fece nulla. Per quanto mi riguarda non me ne sono occupata nè intendo occuparmene”.
In realtà, la rivista pubblica anche una lettera dell’Università di Berna, a cura del dottor Glowatzki, nella quale l’anatomopatologo e la moglie Marie Louise Mullis, antropologa, documentano con il Carbonio 14 che “le ossa umane rinvenute (lungo il Celone) risalgono al periodo entro 210 e 230 a.c.”. Di questa lettera datata 21.10.1970 dispongo personalmente di una copia che mi fu lasciata direttamente da Izzo.
Si diedero invece molto da fare a Barletta con convegni, manifestazioni, filmati documentativi, emissioni filateliche e libri che sostenessero la verità storica l’attuale sito di Canne della Battaglia.
Quando anche Nicoletta Salvatori, così come Riva, si portò al parco archeologico di Canne della battaglia, per incontrare Nino Lavermicocca, ispettore della soprintendenza di Bari e archeologo medioevalista, riferendosi a Izzo, tagliava corto: “E’ solo un incompetente, non vale la pena perderci tempo, e poi qualcuno mi ha detto che i suoi famosi reperti non sarebbero che molle di materasso arruginite dal tempo”.
E, quando Lavermicocca parlava soprattutto della sua Canne, l’articolista scriveva: “Ma Annibale, 70.000 morti, gli accampamenti sulle rive dell’Ofanto? Prove non ce ne sono. A suffragio della più famosa disfatta romana restano un giavellotto e qualche ghianda da fionda, una spada e un elmo di provenienza non certa. E i morti in battaglia? Basterebbe soltanto trovare un di quesi sepolcreti e non ci sarebbero più dubbi. Gli ricordiamo i crani e le tombe scoperte da Izzo.. senza neppure scavare nella valle del Celone. Qualcuno è andato a vedere?”.
Perché ce ne siamo occupati?
La provincia di Foggia è sempre stata molto estesa, più dell’attuale ma, negli anni, abbiamo perduto territorio a favore di alcune limitrofe e, con l’ultima di Barletta, l’intera foce dell’Ofanto. Almeno, non smarriamo la nostra storia, cosìcché, ovunque si sia combattuta la battaglia di Canne nella II Guerra Punica, sull’Ofanto o sul Fortore, comunque sarà stato in un territorio che era il nostro, da secoli (Canosa è una città di fondazione dauna). Il passato ci consente infatti di formulare meglio le domande sul nostro futuro e, per formulare queste domande, sentiamo la necessità di “pensieri lunghi”, non di “pensieri corti” appiattiti sul presente.

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