Il mio racconto “ristretto”: a voi la sfida

Tugnìn gettava le reti, quando Angera viveva di lago. Oggi parla ai cormorani: «È tutto vostro, che aspettate?» Dalla riva, pregusta il loro tuffo infallibile.

Amo il racconto breve, ma questo è un racconto “ristretto”: il mio primo racconto ristretto. Venticinque parole. C’è, però, chi si è divertito a restringere ancora di più: “Vendesi: scarpe da bambino. Mai usate.” Questo lo scrisse, forse per scommessa, un certo Ernest Hemingway.

Ci ho provato anch’io, ovviamente per gioco. E ora sfido voi, lettori: vi invito a un simpatico concorso, ideato da Massimo del Caffè la Cupola di Varese. Per chi vuole partecipare: tenete il racconto nei vostri pensieri, andate al Caffè la Cupola (in piazza San Giovanni, davanti alla chiesa della Brunella) e scrivetelo sulla scheda di partecipazione, rigorosamente a penna. Unica regola: il racconto deve avere un massimo di 25 parole. I migliori racconti verranno valutati, in forma del tutto anonima, da una giuria qualificata. Inoltre, verranno letti in una serata “ad hoc”, organizzata dall’associazione “La curiosità letteraria”. Al vincitore, spetterà in premio una preziosa penna stilografica (informatevi a questo indirizzo: caffelacupola@ngi.it)

Chi, invece, non è nella condizione di poter partecipare al concorso (soprattutto per ragioni geografiche), può scrivere il proprio racconto “ristretto” qui, nei commenti a questo post. Non vincerà un bel niente, ma potrà condividere un pizzico della propria creatività con i tanti amici della Tana del topo. Forza, accettate questa sfida!

(In questo blog, verranno pubblicati solo i racconti “ristretti” firmati dagli autori, che dovranno indicare anche la località di provenienza)

Memoria e territorio: e se facessimo un ecomuseo?

Perdere la memoria è un po’ come ritrovarsi immersi nella nebbia in un luogo sconosciuto: si distinguono a malapena i contorni di ciò che ci circonda e ci si muove con grande incertezza. Disorientamento. Quello che si manifesta davanti ai nostri occhi, viene interpretato in modo approssimativo. In parole semplici: si va avanti per tentativi. Questo vale, in un certo senso, anche per coloro che scrivono per mestiere o per il piacere personale. Allo stesso modo, per una società e un territorio che cambiano rapidamente: come sta avvenendo nei nostri paesi, nella provincia lombarda e nelle città. In riva ai laghi, oppure nelle valli varesine. Immaginiamoci un padre di famiglia che lavora e accumula risparmi per una vita intera, frutto del suo lavoro, risparmi per la propria vecchiaia per il futuro dei propri figli: ma, a un certo punto, quando questo padre ha bisogno di quei risparmi, si accorge di aver dimenticato dove li ha conservati. Questo esempio applichiamolo a un territorio che cresce, si evolve nel tempo: chi vive in questo territorio, come persone immerse nella nebbia, non si accorge nemmeno che la fisionomia dei propri paesi sta cambiando. Il nuovo dovrebbe essere sinonimo di progresso, ma a ben vedere non è esattamente così. Ci si accorge, insomma, che quel territorio non si è arricchito rispetto al passato. Perché? Perché ha smarrito e dimenticato il capitale accumulato dalle generazioni precedenti. Il capitale della memoria.

Perché rifletto su tutto questo? Per esortare scrittori e lettori a recuperare la memoria, prima che questa si spenga definitivamente: memoria di un territorio, intendo, che è qualcosa di più profondo e intimo rispetto alla storia fatta di date e avvenimenti, battaglie e politica. La memoria di un territorio ha le radici nella sua identità, che è un valore in continua evoluzione: è un capitale prezioso e non via di fuga da tutto ciò che è nuovo. L’identità di un territorio è un tesoro per tutti e di tutti, non soltanto per chi, a volte in modo becero e strumentale, sbandiera certi slogan nelle piazze della propaganda di partito. Il recupero della memoria di un territorio, ovvero, la riscoperta della propria identità, comincia dalla finestra di casa, dal modo di porci davanti a ciò che ci circonda, dal modo con cui consideriamo le persone più anziane. Ogni pietra, ogni albero, tutto ciò che ci circonda porta con sé un bagaglio di memoria del territorio: bisognerebbe, però, imparare a fermarsi e a osservare di più e meglio. Ma non ci si può dimenticare degli uomini, come invece spesso avviene: i nostri vecchi sono la nostra memoria, portano dentro di sé la testimonianza di una vita vissuta, di un mondo e di una generazione che, è la natura, prima o poi si spegnerà. La loro testimonianza è il nostro capitale più prezioso.

Dove vi voglio condurre, in questa mia riflessione che fluttua sui concetti di memoria e identità del territorio? All’ecomuseo. Cosa sarà mai, un ecomuseo? Un nuovo mostro burocratico/istituzionale? Un invenzione di qualche ambientalista? Niente di tutto questo. E cosa mai servirà l’ecomuseo a uno scrittore? A tutelare le proprie fonti, perché le fonti principali di ogni scrittore sono la memoria e il territorio. In provincia di Varese, c’è un ecomuseo che sta muovendo i primi passi: piccoli, ma per niente incerti. A dare inizio a questa iniziativa è stato Gianfranco Realini, ostinato, chiacchierone, infaticabile, entusiasta in modo quasi esagerato: entusiasta come un bambino, anche se la sua età non è esattamente quella dell’infanzia. Grazie a Dio, ci sono ancora persone così: persone che, anche a costo di passare per rompiscatole, non si fermano davanti a niente e nessuno. Burocrazia e costi non sono un problema e nemmeno l’inerzia che, ahimé, incrosta la vita dei piccoli paesi di provincia (la colpa è di tutti noi, non di un sindaco o di un partito politico). Non è un don Chisciotte, Gianfranco Realini: l’ostinazione e l’entusiasmo lo stanno portando lontano. L’Ecomuseo dei laghi varesini ha già coinvolto parecchi comuni (tra questi Angera, Besozzo, Brebbia, Cadrezzate, Cittiglio, Laveno Mombello, Leggiuno, Mercallo, Monvalle, Osmate e Sangiano). Ora l’ecomuseo è alla ricerca di volontari che si uniscano a Gianfranco Realini. Nella tana del topo, i difensori della memoria saranno sempre i benvenuti. E chi volesse dar man forte a Realini lo può contattare a questo indirizzo: gianfranco.realini@fastwebnet.it. Ah già, ma cos’è un ecomuseo? Avremo modo di parlarne spesso, in futuro, ma intanto Realini mi ha passato la definizione di Georges Henry Riviére, uno studioso francese: “È uno specchio in cui la popolazione si guarda, per riconoscersi, dove essa ricerca la spiegazione del territorio in cui vive, insieme con quella delle popolazioni che l’hanno preceduta, nella discontinuità e continuità delle generazioni. Uno specchio che questa popolazione offre ai suoi ospiti, per farsi meglio comprendere, nel rispetto del proprio lavoro, dei suoi comportamenti, della sua intimità”.