Il buon samaritano – bozzetti

Mi é stato chiesto un bozzetto, una idea per illustrare “Il Buon Samaritano”, che è una parabola di Gesù, narrata nel Vangelo secondo Luca 10,25-37.
Ovviamente, come sempre, ho iniziato con uno studio a fondo di questa parabola, con le riflessioni di vari teologi e filosofi, soprattutto nostri contemporanei.

Tra queste riproduco qua sotto quella di Frei Betto, che é parte di una Conferenza tenuta a Modena il 30 ottobre 2018 ed é particolarmente interessante

FREI BETTO: QUALE SPERANZA NELL’EPOCA DEL NUOVO AUTORITARISMO.
Frei Betto
Conferenza tenuta a Modena il 30 ottobre 2018, parrocchia BVA. (Traduzione di Alba Monti, trascrizione di Angela Colasuonno). Video su http://www.arcoiris.tv/scheda/it/17031/

….Tutti noi conosciamo la parabola del Buon Samaritano: c’è un uomo per terra sul ciglio della strada; passano da lì alcuni personaggi, tra cui un sacerdote e un levita, che restano indifferenti. L’evangelista Luca è stato ingiusto sia con il sacerdote e sia con il levita, perché io ho saputo che il sacerdote non si era fermato per indifferenza, ma perché erano già le cinque del pomeriggio e lui doveva celebrare una messa a Gerusalemme alle sette… E ho saputo anche che durante la celebrazione, alla preghiera di fedeli, ha invitato tutti i presenti a pregare per quell’uomo che aveva incontrato lì per terra; finita la Messa, il sacerdote aveva telefonato al direttore dell’ospedale di Gerusalemme perché mandasse un’ambulanza a prenderlo…
Il levita, invece, era un religioso, come lo sono io. Lui non si fermò non perché fosse indifferente, ma perché nel suo convento di lì a 40 minuti sarebbe cominciata la recita dell’ufficio divino monastico. E anche lui chiese alla sua comunità di pregare per l’uomo che giaceva sul bordo della strada…
Quello che sto per dire vale per i rapporti sociali come per quelli personali: l’amore non si esprime con parole di sentimento, ma si esprime con la verità e la giustizia. Se io mi limito a dire a un’altra persona “ti voglio bene”, non significa niente se non sono giusto e autentico con lei/lui. Cioè, non possiamo intendere l’amore solo come mero sentimento, perché l’amore deve essere una attitudine.
È per questo che Gesù introduce un precetto religioso che è assolutamente nuovo per qualsiasi religione: l’amore per il nemico. Io ho trascorso quattro anni in prigione, al tempo della dittatura militare in Brasile, come è scritto in questo libro (Battesimo di sangue, n.d.r.). Molti mi chiedono se nutro sentimenti di odio verso i miei torturatori. Io rispondo di no. E allora mi dicono: “quanto sei virtuoso!”. No, non lo faccio perché sono virtuoso, ma lo faccio per un tornaconto personale, perché la prigione mi ha insegnato un principio che spero anche voi facciate vostro: l’odio è quel veleno che uno beve sperando che l’altro muoia! A cosa mi giova, allora, odiare il mio torturatore se l’odio fa male solo a me? A questo torturatore, poco importa di me. Io penso che “amare il proprio nemico” non significhi essere in buona relazione con lui, ma lottare affinché lui cambi e smetta, per esempio, di essere un torturatore. Significa lottare per una società che non produca più i Trump, i Bolsonaro e quanti calpestano i diritti umani. Una volta un mio confratello, ormai morto, andò a cercare il suo direttore spirituale e gli disse che aveva perduto la speranza, e che per questo avrebbe fatto psicoterapia. Il direttore gli suggerì di lasciar perdere queste terapie: se vuoi ritrovare la speranza – gli disse – vai tra i poveri, perché lì ne troverai in abbondanza!
Ho vissuto ventuno anni sotto la dittatura militare: è stata una cosa certamente non bella, ma di certo non ha guastato il mio spirito. Io mi aspettavo ciò che è successo in questi giorni, e che questi avrebbero festeggiato, e temo che ci saranno periodi ancora più bui; perché l’elezione di Bolsonaro in Brasile mi ricorda l’elezione “democratica” di Adolf Hitler nella Germania del 1933. In questi giorni sto suggerendo a tutti i miei amici di guardare un film, Cabaret, con Marlene Dietrich oppure l’altra versione con Liza Minnelli, perché il film spiega molto bene cosa fu l’ascesa del nazismo e fa comprendere altrettanto bene che da noi sta accadendo la stessa cosa, perché ammazzano le voci di dissenso. Sapendo della mia venuta in Italia, alcuni amici mi hanno invitato a restare qui, a non tornare. Ma, per me, non tornare sarebbe come tradire i miei principi. Invece io devo tornare in Brasile, devo continuare a lottare.
Perché il contrario della paura non è il coraggio, ma è la fede!

https://manifesto4ottobre.blog/2018/12/26/frei-betto-quale-speranza-nellepoca-del-nuovo-autoritarismo/

In Facebook ho pubblicato i due bozzetti che ho realizzato, e tra i vari commenti ho ricevuto con particolare gratitudine quello di Sandro Peñalba, uno dei figli del pittore piú importante del Nicaragua: Rodrigo Peñalba.

Questo commento dice:

“Molto buono Sergio mi ricorda di qualche maniera (i colori, le forme eccetera) il murale del mio padre a Diriamba…”

Rodrigo Peñalba, pitture murali in Diriamba, Nicaragua

Ho risposto:
“Grazie Sandro. Probabilmente é vero. Come avevo scritto qualche tempo fa, tuo padre aveva percorso un cammino di ricerca pittorica (coloristi veneziani, scuola romana e muralismo messicano…) che mi ha sempre ispirato nella realizzazione dei miei lavori”……. http://blogosfera.varesenews.it/la-bottega-del-pittore/2018/01/27/rodrigo-penalba-y-la-escuela-romana/    

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