La grande ballata di Jovannotti per Muccino

locandina-italiana-film-baciami-ancora-142301Muccino e Jovanotti, due concezioni dell’amore apparentemente agli antipodi. Il primo senza alcuna speranza, quasi vittima di quel sentimento che schiavizza e fa star male. Il secondo colmo di speranza e sentimenti. Il primo decadente, il secondo romantico. Eppure si sono incontrati. Muccino per il suo nuovo esordio in Italia (dopo aver realizzato negli Stati Uniti ben due film con Will Smith, La ricerca della felicità e Sette anime), ha chiesto al cantautore italiano di realizzare la canzone principale del film, quella che accompagnerà i titoli di coda di Baciami ancora.

Film e canzone hanno lo stesso titolo. Jovanotti senza abbandonare il suo stile ha espresso, con una disarmante e bellissima semplicità, tutta la sua concezione dell’amore, con un testo fatto di immagini, singole parole che evocano pensieri e momenti della vita, senza enfasi, solo momenti, come gli istanti di un film. La stessa tecnica musicale-narrativa che ha fatto grande e unico il suo precedente album.

Il film di Muccino, con gli stessi protagonisti del film che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, L’ultimo bacio, uscirà nei prossimi giorni nelle sale. La canzone di Jovanotti è già tra le più scaricate da internet. Quasi scontato il successo del film. Ma mentre Jovanotti, nella sua ballata anni ’50, a cui lui stesso ha dichiarato di essersi ispirato, ha espresso la sua positività per la vita, ho forti dubbi che lo stesso possa fare Muccino. Sono pronto a sorprendermi e mi piacerebbe. Ma quasi dieci anni fa, con L’ultimo bacio scoprii con amarezza che le cose più belle del film erano due: la canzone omonima di Carmen Consoli e la capacità di Muccino di aver svecchiato la macchina cinema (fu un periodo d’oro perchè lo stesso anno lo stesso fece anche il più bello Santa Maradona). Da allora è poi nato un quasi genere cinematografico fatto di adulti mai cresciuti, coppie disfatte, amori impossibili, il cui estremo sono oggi gli inguardabili film di Federico Moccia.

Oggi Baciami ancora. Mi piacerebbe essere smentito. Quasi sicuramente lo andrò a vedere al cinema. Per ora, la canzone, ha colpito nel segno.

Sherlock Holmes e i maledetti trailer

sherlock-holmes-locandinaEscludiamo la parentesi Barbarossa che non si può considerare Cinema, ma tornare dopo due anni in una sala buia, con un grande schermo che si illumina e prende vita, è come interrompere una dieta rigida fatta di mandarini e yogurt per lanciarsi verso una tavola imbandita di ogni ben di Dio. Complici dell’emozione due cose: i trailer, che per chi ama il cinema e quelle sensazioni sono come una droga, e il film. Quest’ultimo, Sherlock Holmes, non è stato certo un capolavoro, ma sicuramente ha una sua identità. Nonostante sia un blockbuster americano è anche stato diretto e realizzato da un redivivo Guy Rictchie, un giovane regista che alla fine degli anni ’90 aveva diretto due piccoli gioielli come Lock & Stock e The Snatch. Poi il matrimonio con Madonna lo aveva come addormentato, lei si è messa a fare la regista come se gli avesse rubato (male) il talento, l’anima. Lui faceva il marito. In questi anni, lui ha diretto un film che preferisco nemmeno citare (con protagonista la moglie).

Due anni fa si sono lasciati e lui è come rinato. Ha firmato un altro gioiello indipendente dal titolo Rocknrolla e ora Sherlock Holmes, una rivisitazione in chiave moderna del mito creato da Conan Doyle.

Complici anche due interpreti di sicuro fascino, Robert Downey Jr. e Jud Law, Ritchie dirige con sicurezza senza perdere il proprio stile frenetico, soprattutto nella prima parte, e portando nell‘800 la sua Londra sporca di sentimenti corrotti e avidi. Rivisita il mito, lo rende scorbutico e affascinante, togliendo quella patina di eccessiva riflessione che aveva nel tempo reso il mito di Holmes riflessivo e troppo perfetto. A tutto ciò si aggiunge una trama da “fine del mondo” tanto cara ai filmoni americani (che ricorda l’altra bella e sottovalutata pellicola dal titolo V for vendetta) e il film con pop-corn è servito.

Non un capolavoro certo, ma sicuramente un film interessante. Soprattutto per chi ha interrotto un astinenza che durava da oltre 700 giorni.

E ora? Maledetti trailer…


Tutta un’altra musica, un libro da vedere

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L’arte è un pregio? Una condanna? La riconosciamo o la inseguiamo ossessivamente per farci dire che siamo degli artisti? Riconosciamo di essere tutti artisti, oppure ci abbandoniamo a una costante ricerca di individualità? È puro cinema il nuovo libro di Nick Hornby, Tutta un’altra musica, e non nel senso di un Ken Follet, autore che negli ultimi 15 anni ha scritto praticamente solo dei libri-film, troppo visivi, come una sceneggiatura. Hornby è meno hollywoodiano, meno spettacolare, ma più umano, più indipendente, più naturale. Ha la stessa fluidità  e naturalezza nei dialoghi dei racconti di Raymond Carver, ma con più respiro, più ironia, più speranza. Restano quel tocco di nostalgia e amarezza che caratterizza tutte le opere di Horby. Le stesse presenti anche in due film tratti dai suoi libri, come Alta Fedeltà (sempre con grande protagonista la passione per la musica) ed About a boy, con protagonista un grande Hugh Grant.

Il libro Tutta un’altra musica è ancora meglio di Non buttiamoci giù, più decadente e dedicato al tema del suicidio. Entrambi non ancora diventati film. Ma che sicuramente lo diventeranno. Horby ha il grande talento di raccontare storie di vita di tutti i giorni, storie di persone normali che si credono speciali, ma che devono solo fare i conti con loro stessi alla ricerca di un posto nel mondo. Una mediazione necessaria per molti, per tutti, artisti e non artisti. Affrontare se stessi e il proprio talento (ognuno ne ha uno) per poter affrontare la propria vita.

Tutta un’altra musica, un libro tutto da vedere.

Radio Rock, il demonio della musica

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Entusiasmante, scoppiettante, ironico, intelligente. Sono molti i termini, tutti assolutamente positivi, per definire un film come I love Radio Rock, un piccolo capolavoro nel genere “corali”. La storia è quella di una delle radio che in Gran Bretagna negli anni ’60 furono costrette a trasmettere da una nave per poter far sentire il rock e il pop al pubblico. L’idea di farne un film è tanto semplice quanto originale nella rappresentazione. La musica è la vera protagonista del film, come la musica era il motore, lo svago, l’atto d’ascolto rivoluzionario, il “frutto” proibito, di una generazione “legata” da rigide autorità conservative.

L’autore e regista Richard Curtis è soprattutto uno sceneggiatore. E si vede. Suo lo script di intelligenti commedie come Quattro matrimoni e un funerale o i due Bridget Jones, aveva dimostrato di saperci fare con film corali. Nella regia, poi, ha esordito quattro anni fa il natalizio Love Actually. Ora con Radio Rock, penalizzato in Italia da un trailer che fa sembrare il film demenziale, Curtis ha confermato la propria capacità di gestire più personaggi, anche con attori del calibro di Philip Saymour Hoffman, oppure con il bel cameo di Emma Thompson, cruciale per tutta la storia.

Evitare assolutamente, quindi, di basare il giudizio del film solo sul trailer ufficiale. Meglio una delle bellissime clip su Youtube, come quella di seguito. Puro ritmo!

Torna l’incubo del Mostro di Firenze

mostroIl Mostro di Firenze terrorizzò l’Italia. Gli investigatori hanno brancolato nel buio per quasi due decenni, dal ’68 all’84. Sono stati commessi 8 duplici omicidi. Impensabile proporre senza edulcorazioni una fiction di questo tipo in Italia. La Rai e Mediaset ne avrebbero fatto una storia d’amore, con tanto di lieto fine.

Purtroppo (ma solo perché sono da soli) Fox Channel Italy si conferma essere l’unica vera rete italiana che investe in prodotti cinematografici di qualità, coraggiosi e senza troppe autocensure, vero problema della tv generalista italiana, una tv che non si censura di fronte a talk show che rasentano il feticismo, ma che nella finzione (fiction) vuole raccontare solo storie d’amore buoniste in cui i cattivi sono sempre delle macchiette.

Il Mostro di Firenze (fiction) fa paura come lo fece nella realtà. Chi ricorda quel periodo, rivedendo la serie tv in sei puntate le cui prime due sono state trasmesse giovedì 12 novembre da Fox, non può non ricordare le emozioni, i timori, l’angoscia di quel periodo in cui si aveva persino paura uscire di casa.

Il regista Aurelio Grimaldi di orrore se ne intende. Non avevo molta fiducia in un suo successo dell’operazione, ma è riuscito a trasportare quell’angoscia di “Caos calmo” anche in questa storia. Un  prodotto tv che finalmente diventa cinema. Certo non perfetto, anche a causa degli attori non sempre all’altezza, come Nicole Grimaudo “monoblocco” che sembra appena uscita da una puntata di Ris – Delitti Imperfetti in cui tutti gli attori recitano con lo stesso tono e la stessa faccia.

Il mostro di Firenze rimane comunque un buon prodotto, una serie tv che, almeno alle prime puntate, promette molto bene. Anche per il futuro della serie tv italiana. Fox aveva già dato dimostrazione di saperci fare con Romanzo Criminale, la serie. Ora il Mostro. Le tv generaliste o cambiano stile (recitazione, regia, ripresa, fotografia) oppure è meglio si mettano a produrre telenovelas, per utilizzare volutamente un termine anni ’80: soap opera o serial sarebbe già un complimento.

Una cintura rossa contro la violenza

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C’è sempre una via d’uscita. Una morale forse scontata, molto americana, molto “ce la possiamo fare, sempre”. Una morale che spesso il cinema statunitense, soprattutto negli anni ’80, ha trasformato in un’ideologia di destra, convinte di aver sempre ragione in un vortice dove la violenza la fa ancora da padrone oggi, con l’imposizione della democrazia.

Redbelt di quel genio di David Mamet utilizza proprio questa morale, in maniera esplicita, diretta, chiara. Ma soprattutto pura: rifiuta la violenza, scompone la necessarietà dell’utilizzo della forza al semplice concetto dello sfruttamento della forza dell’avversario. È il concetto del “ju jitsu” pratica sportiva a metà tra il pugilato e le arti marziali, basata su più tecniche la cui ideologia base è proprio la non aggressione, o meglio, lo sfruttamento della forza e della tecnica di un aggressore.

Il film racconta di un maestro di questa disciplina, integro, puro, che si vede costretto ad andare contro i propri principi dopo essere stato vittima di un raggiro. Redbelt è un film di altri tempi, con una cura dei personaggi e dell’intreccio che solo l’autore de La casa dei giochi e Americani è capace di tessere (se si cordiera che Mamet è anche stato lo sceneggiatore di Gli intoccabili, tutto torna).

I colpi di scena sembrano annunciati e ogni volta vengono ribaltati. Il tutto in un crescendo grandioso che culmina in un finale per niente cinetico come ci si aspetterebbe o come i film di azione di hanno abituato. È tutto così reale e poetico che Mamet riesce a mettere un altro tassello alla collezione di ottimi e sottovalutati film da lui scritti e diretti. Assolutamente da scoprire.

Sorprese: Il più bel gioco della mia vita

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Ho dato retta a un amico dagli Stati Uniti ed è stata una piacevole sorpresa. Il più bel gioco della mia vita rientra in quel filone di film sportivi poco conosciuti, alla Rocky, ricchi di epica e costruiti con un meccanismo quasi perfetto da punto di vista narrativo. Peccato che il golf in Italia sia poco conosciuto, altrimenti questo film sarebbe davvero avvincente e non proprio banale. La storia è quella vera di uno dei primi campioni di questo sport che non faceva parte della nobiltà, né inglese, né americana.

Tante partite, tanti effetti (tipo il cartone animato Lotti, chi se lo ricorda?), ma soprattutto alle spalle una produzione Disney: buoni sentimenti, tanta epica e buonismo. Definito così sembra quasi di parlare di una fiction televisiva italiana… ma le facessero con questa fattura, sarebbero dei capolavori. Gli americani sono bravi in questo tipo di film sportivi, su tutti Momenti di gloria e subito dopo L’uomo dei sogni. Fino ad arrivare al più recente e sottovalutato La leggenda di Bagger Vance.

L’epica viene spesso confusa con la retorica. E nelle nostre fiction domina la retorica. L’epica è quel modo di raccontare, quell’enfasi quasi mitica, capace di far sognare, in ogni sua forma. A volte esagerata, ma il pizzico giusto di magia, può commuovere senza dar fastidio.

Il più bel gioco della mia vita è uno di questi film. Semplice, lineare, anche se furbo. Non arrogante, ma il racconto di un’avventura, senza troppo impegno. Il racconto di un sogno