MY FIRST DAY-OFF SINCE I ARRIVED IN LOIYANGALANI

E’ proprio così, come recita il titolo di questo articolo, ieri mercoledi 5 dicembre, mi sono preso il mio primo giorno libero da quando sono qui allo Loiyangalani.
Insieme alle sisters abbiamo deciso di andare a South Horr, per la messa di suffragio di Fr. Lino Gallina, padre missionario cattolico della consolata morto quest’anno.
Fr. Gallina era una persona famosa in queste terre, che circondano la riva est del lago turkana, tra le popolazioni dei Rendille, Turkana, Samburu, El Molo e Gabbra.
La sua notorietà è stata confermata ieri durante la Santa Messa.
Molte le persone accorse per questa manifestazione di vivo ed attuale affetto sia da parte delle popolazioni locali, specialmente i Samburu e sia dei parroci italiani e locali giunti da lontane città, Maralal, North Horr, Loiyangalani, Wamba, Rumuruti, Kisima
La cerimonia iniziata alle 10:30 si è conclusa alle 13:00.
Tutto era ricco di colori, di canti, di gioia, di danze, di profumi, tutto quanto miscelato insieme armoniosamente.
Le donne Samburu, molto belle, da ammirare, avvolte con le loro kanga, un tessuto tipico africano, simile al cotone, molto colorato, ricco di motivi floreali, decisamente risaltava il coloro rosso in abbinamento alle loro coloratissime e grandi collane circolari confezionate da loro con preziose perline, che a volte coprono e fasciano entrambe le spalle.
Ho capito che la tipologia di collane, i colori ed il numero rispecchiano il ceto sociale a cui appartengono, una sorta di riconoscimento tra la loro tribù.
Il rosso, simbolo di forza, non è solo su collane e vestiti ma anche sulla pelle.
Le donne samburu usano per i momenti più importanti della loro vita, quali danze legate a cerimonie religiose come il matrimonio, funerali oppure alla nascita del proprio bimbo, cospargersi il collo oppure l’intero petto di terra ocra mista ad olio.
Questo gesto vuole risaltare oltre che l’estetica della propria persona anche l’importanza dell’evento.
Dal punto di vista folkloristico e tradizionale i guerrieri samburu, che non parlano una sola parola di Kiswaili, sono di grande impatto artistico.
Tipicamente un samburu warrior si presenta con sandali di pelle o tessuto di colore marrone, una specie di gonnella colorata, rossa e bianca, petto nudo solcato solamente da una collana realizzata con perline multicolore che forma una grande X sul petto, al collo indossano una collana di vari colori, i più usati sono: rosso, verde, turchese, nero, bianco, per poi arrivare alla testa.
Ai polsi indossano bracciali colorati tipicamente gialli, bianchi, verdi, rossi e neri, li portano anche ad altezza del gomito poco più sopra ed anche poco sotto l’attacco della spalla.
Forte è l’impatto per quanto riguarda la complicata capigliatura, i capelli sono raccolti con labor limae in lunghe treccine per poi essere cosparse interamente di ocra ed olio.
Alcuni Warani, guerrieri, si dipingono anche sotto gli occhi di un colore arancione, stesso colore che insieme ad altri usano per i tipici orecchini lunghi circa 5 cm che appendono sul lobo alto dell’orecchio.
Alcuni di loro, usano anche sagomare le treccine a mò di visiera di cap per ombreggiarsi gli occhi, ponendo al di sopra alcune collanine colorate come fosse una piccola fascia.
Non è ancora chiaro il vero significato del nome samburu, si pensa che sia legato alla farfalla, ossia che ci sia un qualcosa legato al leggiadro volo della farfalla, nel senso di effeminato, raffinato.
Le armi samburu sono un lungo coltello di circa 60 cm foderato in guscio di plastica gialla e cucito con pelle di capra o vacca, lance lunghe circa 2 metri, chiamate mpere, con punta a forma di foglia allungata, il manganello detto rungu, lo scudo di pelle di bufalo o di giraffa di forma generalmente rettangolare, arco, frecce e faretra.
Sister Agnese mi dice che ultimamente usano anche il fucile, come armamentario tipico samburu.
Molti, nei piccoli mercatini improvvisati, sono i contenitori costruiti in legno e pelle, per il latte misto a sangue, chiamato saroi. A questo viene normalmente aggiunto del miele, della carne e del burro.
Ritornando alla messa è stata bella, per me personalmente un po’ lunga, dato anche il fatto che da una parte capisco poco il kiswaili dall’altra facevano la traduzione in samburu in simultanea e così a volte abbandonavo la mia seggiola per uscire e parlare un po’ con i ragazzi della parish e mostrargli delle foto sullo smartphone del lago turkana e della mia pesca fatta con due ragazzi qualche giorno prima per un totale di: 1 tilapia e 3 lakal.
Un momento molto particolare durante la messa è stato quando l’anziano del villaggio ha preso parola ed in lingua locale snocciolava una interminabile fila di parole quasi a ritmo, 1 parola al secondo e tutti noi rispondevamo kai, kai, kai e così per almeno 5 minuti.
Queta stessa usanza l’ho riscontrata anche nel villaggio del El molo, dimenticavo quando si pronuncia kai occorre stringere entrambi i pugni, per accompagnare con il gesto questo possesso di questa benedizione pronunciata a parole.
Terminata la funzione religiosa e ricordato in maniera unica Fr. Lino Gallina, ci aspettava il pranzo ricco di carne e fegato di capra, patate, miscelle (riso), cabbages (cavoli dolci), chapati, soda, magi (acqua), mango e papaia che ho solamente visto, prima come frutto in seguito come semi tondi e neri abbandonati sul tavolo dei padri e delle sisters.
Memore della completa assenza di frutta allo Loiyangalani, ho comprato decine di mango e limoni, una medicina naturale, ricca di vitamina c, un bene molto prezioso qui, in questa oasi circondata solo da sassi e pietre.
Questo paesaggio mi è stato sottolineato molto bene dal viaggio per S. Horr, durato circa 2 ore, modalità passeggero comodo, in quanto una volta lasciato alle spalle il paesaggio dello L.ani, tutto attorno è diventato più fresco, più verde a poco a poco comparivano alberi sempre più grandi e dalle foglie più larghe, si trovavano cammelli di tutte le età lungo i bordi della strada sterrata, mucche, buoi, capre e pecore ed anche qualche dik dik.
I cammelli sono animali curiosi, che si piazzano in mezzo alla strada, ti osservano per bene e poi dopo qualche strombazzata di clacson e rombo di motore, iniziano a correre per qualche metro davanti a te fino a quando non trovano un passaggio libero lungo il ciglio della strada per correre lungo le interminabili pianure di sassi ed acacie che circondano la via.
Mi sono soffermato ad osservare un cammello e penso che discendano dalle giraffe o comunque provengano dallo stesso ceppo, gobba, gambe lunghe, collo lungo, sono tutti elementi in comune, certamente sono meno eleganti, quasi buffi nei loro movimenti rispetto alle loro cugine.
Coperti circa 200 km arriviamo a South Horr, quasi un paradiso, temperatura intorno ai 25 gradi, tutto verde, incantevole è stato vedere tutto questo verde dopo circa 2 mesi di sole rocce e pietre,
c’è anche un piccolo fiume dove i Samburu si riuniscono per lavarsi e fare il bucato, il profumo della natura è così fresco, incontaminato e tutto intorno solo verde appoggiato su questa terra rossa dalle varie tonalità. Tutto è come fosse un dettaglio di un bellissimo quadro incorniciato dalle alte e verdi vette dei monti circostanti.
Verso le 15:00 siamo saliti sulla jeep guidata abilmente da Isaac, il driver delle sisters che con sapiente destrezza scalava marce, frenava ed evitava grandi buche per evitare che le nostre 30 galline comprate per il progetto Turkana Mama ci finissero fin sopra la testa.
C’è stato un momento degno di nota durante la strada del ritorno per la puzza che è arrivata da dietro, causata probabilmente da una inevitabile brusca frenata e conseguentemente dello spavento degli animali, per non finire in un piccolo strapiombo lungo il ciglio del sentiero fatto da grandi sassi.
Arrivati alle ore 17:00, scarichiamo frutta, galline, carbone.
Liberate nel pollaio-giardino delle sisters, insieme a suor Agostinella mi prendo cura di loro, prepariamo un contenitore con dell’acqua per farle dissetare.
Dopo averle prese ad una ad una e fatte bere, cacciandoli letteralmente il becco nella ciotola, mi ritrovo proprio lì, a due passi dalle suole delle scarpe, 3 uova calde calde appena fatte, le consegno alla sister.
Dopo pochi minuti le uova da 3 diventano 2, la sister ha fatto la frittata come si suol dire !
Per concludere al meglio la lunga giornata, ho dovuto vestire i panni da shepherd per recuperare la capra e la pecora delle sisters, scappate una volta aperto il recinto per far entrare le galline, 2 ore in giro per ogni anglo della missione. Missione compiuta: recuperate.
Ho scritto all’inizio dell’articolo che è stato per me e per le sisters una sorta di vacation il viaggio a South Horr, perché impegnative e lunghe di lavoro sono i giorni quì allo Loiyangalani.
Una mia giornata tipo è cosi vissuta.
1- sveglia alle ore 6:00, al sorgere del sole
2- ore 6:30 giro ispettivo progetto pomodori, alcuni giorni non mancano le sorprese
3- ore 7:00 colazione, caffè, maziwa, sugar, te, bread, nutella scaduta da Israele
4- ore 7:15 house, pulizia viso, denti + camera non tutti i giorni
5- ore 8:30 bucato non tutti i giorni + stesura panni + asciugatura degli asciugamani notturni che ho imparato ad usare al posto del lenzuolo sintetico, posti sopra la mcheka, stuoia di palma
6- ore 9:30 sudato fradicio tuffo nella piscina della missione, previa pulizia e rimozione di scorpioni, topi, scalopendre, rane e fogliame vario.
7- Ore 10:00 controllo progetto
8- Ore 11:00 dispensario sisters: lavoro computer
9- Ore 13:00 pranzo + progetto
10- Ore 15:00 progetto + dispensario, assistenza ai pazienti malati
11- Ore 17:00 break acqua + lemon juice from sister’s house
12- Ore 18:00 kitchen con Joseph il cuoco
13- Ore 19:30 supper
14- Ore 20:30 lala salama

Più o meno le mie giornate sono scandite da questo ritmo, in generale.
Certi giorni ritaglio del tempo, come questa mattina presto per scrivere gli articoli, fare un giro in città, salutare i bimbi, regalare loro qualcosa, andare al lago a piedi anche se ho provato sulla mia pelle che è lontano, circa 3 km, tenendo conto delle condizioni climatiche.
Sono andato lunedì, all’andata partenza ore 8:00, allright ma al ritorno ore 12.00, la situazione fin dai primi passi si è rivelata subito difficile ed ardua fu l’impresa per i nostri 3 beduini del deserto.
Nei giorni passati ho insegnato a Joseph, il bravo cuoco della missione a cucinare alcuni piatti della cucina tipica italiana, gnocchi al ragù e risotto con delle zucche locali.
I prodotti a disposizione per cucinare sono assai limitati e quindi si cerca di dare il meglio per variare un po’ la dieta alimentare, unendo i diversi estri creativi.

AGGIORNAMENTO PROGETTO POMODORI
Due giorni fa, mi sono accorto da alcune foglie leggermente ingiallite che il sole in questi giorni è troppo caldo, così ho preso dei sacchi bianchi realizzati con un materiale simile al nylon, fronde di palme e sassi.
Ho realizzato una copertura di circa 3 m^2 per garantire ombra alle piante nei momenti più soleggiati della giornata affinché possano crescere nelle condizioni migliori possibili.
Le circa 20 piantine stanno crescendo bene e rigogliose, sono ancora nella fase vegetativa.
Due sono le tipologie germinate una a foglie larghe ed una a foglie piccole, entrambe in buona condizione di salute.
Quotidianamente mi dedico loro, aggiustando i tubi che si guastano per il forte vento, per le reti che si rovinano, per rimettere in sede il tubo di scolo dell’acqua, per preparare la dose di nutrienti che le piante devono ricevere, per integrare l’acqua evaporata, persa e assorbita dalle radici. Insomma il lavoro non manca.

Un grande saluto africano a tutti voi
Gabriele from Loiyangalani

4 pensieri su “MY FIRST DAY-OFF SINCE I ARRIVED IN LOIYANGALANI

  1. Ciao Gabriele,
    grazie per le belle e dettagliate notizie siamo sempre in attesa e curiosi di sapere come si svolge la vita vicino all’equatore. Ti pensiamo e ti seguiamo sempre, saluta con affetto la tua nuova grande famiglia. Faro’ ricerche per sapere qualcosa in più di Fr. Gallina!
    un abbraccio 🙂 mamma

  2. Ciao Gabriele,
    grazie ai tuoi particolareggiati link ho conosciuto un pochino l’Africa anch’io li leggo sempre con piacere e li trovo sempre ricchi di particolari sulla tua vita a Loiyangalani. Una vita intensa, interessante ed affascinante anche se faticosa e “calda”. Saluti e abbracci dal nostro freddo paesino italiano ciao zia Mary

  3. Ciao Gabriele, leggendo il tuo resoconto/articolo mi sono un po’ riscaldata, visto che qui è iniziato proprio l’inverno!!! Non hai proprio il tempo per annoiarti e sei riuscito anche a pescare…
    Grazie per farci partecipi della tua esperienza.
    Un abbraccio freddoloso (contrario di caloroso)
    Elda e Franco

  4. ciao lele è un po’ che non ti scrivo,ma questo non significa che non sia informata su quello che succede . si è vero,le prove sono difficili,la fatica è tanta ma penso che tutto passi solo vedendo i progressi delle tue piantine,la gioia dei bambini e non per ultimo i paesaggi mozzafiato. complimenti lele, a volte un po’ ti invidio ciao da questo paese un po’ a volte freddo .zia anna

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