La progettazione di spazi urbani e l’idea di socialità.

Nel suo libro “I bisogni degli altri” M. Ignatieff dice che quello che non si sa vedere, non lo si può dire e quindi non lo si può rivendicare. Prima serve definire i bisogni delle persone, poi elaborare un linguaggio per poterne parlare e infine la politica dovrebbe saper intervenire su tali bisogni. Ma quali sono i bisogni fondamentali delle persone? Perché la politica non parla di questioni che sono prioritarie per le persone?città1
I bisogni fondamentali sono quelli di socialità, di solidarietà, di vicinanza, affetto, reciprocità, i bisogni che hanno a che fare con la sfera più profonda di noi stessi quella legata alla dimensione dell’identificazione al gruppo, alla famiglia, al vicinato, al quartiere, agli altri, al prossimo. Ma lo strapotere del principio “interesse” ha spazzato via questi aspetti dalla vita della politica per lasciare spazio solo alle spinte di interesse tra costruttori e speculatori, affaristi e furbi, agenzie immobiliari e commercianti scaltri oltre ai furbi di ogni sorta. Domina la logica economica degli interessi e del profitto e si instaura di conseguenza una gerarchia di potenza. Chi ha mezzi fa pressione sulle gerarchie decisionali e diviene protagonista della progettualità urbana.
Gli spazi urbani cominciano ad assomigliare alle dinamiche degli interessi: prevalgono i problemi di infrastrutture, viabilità, ci si occupa delle industrie, della rete commerciale, la grande distribuzione diviene il nuovo luogo della liturgia dei consumi, come vera forma nuova di socialità contemporanea. Si diradano fino a scomparire gli spazi gratuiti, le piazze, gli arredi urbani, i luoghi di socialità, i percorsi verdi, l’acqua, le terrazze, gli alberi, i bar, le zone pedonali. E le città moderne si deformano fino a diventare luoghi invivibili e brutti. Si pensi al contrario a cosa è stata la Parigi capitale del XIX secolo come la racconta Walter Benjamin…..Città 2
Oggi la gente si rifugia nei centri commerciali anche di fronte alla mancanza di offerte alternative.
La logica dell’interesse privato si sostituisce a quella della progettualità dello spazio pubblico, pensato, gestito e ideato dal sistema pubblico, per la cittadinanza pensata nel suo insieme. E chi può superare questa impasse se non la politica? Solo coloro che gestiscono la cosa pubblica e che hanno il respiro di una visione dall’alto del bene collettivo. Per questo la politica dovrebbe ritrovare l’autonomia della decisione dai poteri economici e imporre la sua visione della città, come luogo della vivibilità, dello scambio, dello stare insieme a condividere esperienze in luoghi gradevoli, consumando cultura piuttosto che oggetti, facendo esperienza di luoghi e costruzioni che esprimono la genialità e la creatività di architetti e ingegneri che hanno ascoltato poeti e sociologi così da ripensare lo spazio Città3pubblico in modo più umano e funzionale a crescere cittadini migliori. Ancora un’utopia?

Crescere figli al tempo dell’illegalità

Certo essere rigorosi, eticamente irreprensibili, corretti,  onesti e rispettosi del costume e delle leggi è una via maestra, non si sbaglia seguendola. Ma viene il dubbio di essere un po’ naif, un po’ tontoloni, un po’ “old fashioned”, insomma ci si sente un po’ fuori dalla storia.

In Italia i binari sono altri sia per la sopravvivenza che per il successo: raccomandazioni, conoscenze, evasione, elusione, furberie, accordi sotto banco….. Questa è diventata la cifra del vivere. Così la tensione tra sani principi etici di correttezza e rigore sembra esplodere con la prassi furbesca dell’arte di arrangiarsela nel “migliore” dei modi che coincide esattamente con l’infrazione regolare, costante e continua delle regole, dei principi e delle norme.illegalità

Allora quale dovrebbe essere l’insegnamento da impartire ad un figlio? Sempre e ancora l’obsolescente correttezza oppure la scaltra arte di cavarsela in “questo” mondo?

Il dubbio emerge in modo prepotente e il conflitto sembra risolversi dicendo ad un figlio: “impara le lingue, studia con serietà e preparati a partire”. Andarsene in paese dove la soglia dell’illegalità e del malcostume sono ancora “accettabili” – ammesso che lo possano essere in qualche modo -.

Ma crescere i propri figli con l’idea che per vivere bene devono lasciare il nostro paese è il vero fallimento della politica, ed è un fallimento epocale e generazionale.

L’indignazione non basta più, la fuga diventa l’ultima virtù.

Il simbolo dello skatepark

Il fatto che a Varese manchi uno skate-park può essere letto come un simbolo dell’indifferenza che molte amministrazioni mostrano al soggetto “adolescenti”, fascia dai 13 ai 18 anni. Molto si è già detto su queste figure impegnative che vivono in uno spazio difficile tra gioventù ed età adulta, maldestri e malfermi, bisognosi ma anche refrattari agli aiuti. Eppure gli adolescenti sono un soggetto chiave nella nostra collettività, sono il nostro futuro che prende forma nel farsi della loro coscienza in formazione, nella loro visione del mondo, nella loro capacità di decifrare il contesto in cui vivono e potervi intervenire con scelte adeguate. Ma pochi si occupano di loro e se lo fanno è solo quando hanno problemi. Perché allora non occuparsi di loro anche quando non rappresentano devianza, criminalità  o semplicemente disturbo alla quiete borghese della città? Costruire uno skate-park  in un luogo centrale, bello, importante significa dare loro importanza, vederli, riconoscerli e accettarli. In fondo si fanno parchi giochi per bambini e si convertono le scuole senza bambini in centri anziani. Continua a leggere

Il silenzio assordante dei giovani

IndinadosGuardo spesso negli occhi i miei allievi, almeno quelli più grandi, e cerco  nel loro sguardo  un segnale che mi parli di un risveglio o  di una reazione a fronte del disagio che stanno vivendo.  Cerco almeno di capire se li abita quella sana preoccupazione per tutto ciò che sta accadendo in Italia e mi sembra per lo più di non vedere nessun segno di reazione.
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