Liberismo e disuguaglianza: Cile 2019

Una marea umana di più di un milione di persone si riversa nelle piazze delle città cilene e soprattutto a Santiago del Cile. TG e TV in Italia ne parlano timidamente ma è un segno importante dei tempi. La protesta del popolo cileno è figlia della disuguaglianza che è figlia a sua volta del modello neo-liberista dei fondamentalisti del mercato di cui il loro presidente, Miguel Juan Sebastián Piñera Echenique, ne è un fedele paladino (non è un caso che come il nostro Berlusconi, anche lui sia un imprenditore “imprestato” alla politica). L’11 settembre del 1973, con l’aiuto e la regia del governo USA, il governo legittimo di Salvador Allende fu destituito con un colpo di Stato, per timore che una social-democrazia prendesse piede nel continente latino-americano. Prontamente gli USA – noti esportatori di democrazia – hanno preparato prima un embargo e poi dato il via al colpo di Stato che insediò il dittatore Augusto Pinochet. Da allora, il Cile ha fatto anche meglio del suo maestro, gli stati uniti d’America: ha perseguito il modello fondato dalla scuola economica di Chicago: i Chicago boys, fondato sulla privatizzazione dei servizi, sul libero mercato e lasciando che decennio dopo decennio le disuguaglianze si radicassero ancora di più nel paese. Fino a che la goccia dell’aumento del biglietto dei trasporti facesse traboccare il vaso e quindi esplodere la rabbia del popolo cileno.

Andiamo a vedere come funziona il sistema sociale negli Usa e capiamo perché il Cile si ribella. Se non hai un’assicurazione, puoi morire per mancanza di cure sanitarie (consiglio a tutti il bel documentario di Michael Moore del 2007: Siko); se vuoi far studiare i tuoi figli in una buona facoltà devi essere benestante altrimenti scivoli nei livelli più bassi della stratificazione sociale; il salario minimo striscia a livelli di sopravvivenza e ci sono poche garanzie nel mondo del lavoro. Il 66% della ricchezza del Cile è nelle mani del 10% delle famiglie ricche. Una distribuzione della ricchezza figlia della deregulation e della logica del mercato libero.
Il Cile di oggi rappresenta il simbolo dell’implosione del sistema liberista di mercato: il popolo soffre, resiste, si vergogna e tace, ma ad un certo punto, quando è troppo, esplode trascinando con sé la marea umana fatta di rabbia e voglia di giustizia sociale.

Perché se ne parla poco? Forse perché rappresenta un monito alle democrazie occidentali che lentamente stanno abdicando dal loro ruolo di creare benessere e giustizia sociale per arrendersi al dio mercato e al sistema della deregolamentazione che permette alla finanza e ai grandi gruppi delle “corporation” di spadroneggiare su tutto e tutti?

Il Cile di oggi assomiglia al finale del film “Joker”, dove si vede il protagonista – un uomo buono che la vita e la società hanno umiliato – trascinare con sé la rivolta collettiva degli oppressi che tutto distrugge con la forza della rabbia repressa. Se la politica, nei paesi europei, non prende finalmente coscienza che questo modello va riformato nel profondo, il rischio è che non basti più il popolo dei giovani guidato da Greta Thumberg, ma tra non molto ci troveremo a dover gestire il caos dell’esplosione della rabbia. Da noi prima prende la strada di farsi sedurre dal fanfarone di turno (prima Renzi ed oggi Salvini), ma quando il popolo scoprirà che sono due cazzari che non sanno e non possono dare risposte credibili al disagio del popolo allora non ci saranno più valvole di sfogo e il popolo dovrà cercare una soluzione da sé.

La culla della destra e il fondamentalismo del mercato

Che rapporto c’è tra lo spostamento a destra dell’elettore italiano e la cultura liberista dei fondamentalisti del mercato? Un rapporto diretto e strettamente dipendente. La cultura del mercato, nonostante il suo fallimento nella crisi USA dei mutui sub-prime, resiste e si rinforza in tutto il mondo occidentale. Il mercato e la sua logica sottesa si fonda sulla competizione, sul calcolo, sull’interesse individuale e sviluppano un’antropologia dell’egoismo e dell’individualismo. Forse anche per la mancanza di un’alternativa chiara, forte e convincente, nonostante il disastro creato in tutto il mondo, persiste nell’essere l’unica ideologia riconosciuta e apprezzata da molti.

Ma nella logica del capitalismo predatorio neo-liberista non c’è spazio per comportamenti virtuosi di attenzione ai più deboli, di solidarietà diffusa, di ripensamento del modello di sviluppo, di attenzione all’ambiente e ai cambiamenti climatici. Nulla di tutto ciò. Spesso la cultura dominante si alimenta e cresce nella sua identità anche per contagio: se io sono egoista, individualista e indifferente agli altri, finisce che intorno a me sviluppo questo tipo di atteggiamento. Così come anche i comportamenti virtuosi sarebbero contagiosi se avessero spazio per esprimersi. Gesti gratuiti di attenzione agli altri, attenzione all’ambiente, gesti di solidarietà, di solito creano un volano virtuoso che contagia le persone, gli ambiti su su fino alle pratiche diffuse. Ma la cultura del mercato non lascia spazio alla virtuosità dell’altruismo e della solidarietà. Lo stronca sul nascere nella sua aberrante logica della competizione infinita e spietata.

Così possiamo tentare di spiegare perché le destre crescono e proliferano diventando maggioranza nel paese: sono spinte dall’idea che il mercato risolva tutto, che poche tasse lascino più soldi per accedere a più consumi di beni e servizi, che l’altro, il meridionale, lo straniero, il diverso, il nero, l’africano, sono pericoli da estirpare perché minacciano il nostro benessere, perché l’ordine pubblico tranquillizza e rasserena chi lavora e fa soldi per essere ancora più ricco e benestante e tutto questo in un circolo vizioso infinito in cui quello che conta è solo l’interesse individuale, l’egoismo e il mio benessere sulle spalle della disgrazia dell’altro. Una lotta darwiniana per uno status economico che non ha limiti. Così la partita è chiusa. Con questa cultura del sé, non c’è spazio per il “noi”, nonostante brillanti menti, figure come Papa Francesco, filosofi o teorici critici della modernità ne raccontano la miseria. L’ebrezza di questa corsa senza una meta è la cifra delle destre che abbinano individualismo, egoismo, autoritarismo, nel segno di un benessere economico che la storia ha abbondantemente smentito. E allora giù con il cemento, via le regole, basta con i lacci e lacciuoli, deregulation in tutti gli ambiti, nel nome della libertà. Tav, Tap, varianti autostradali, porti, infrastrutture, il partito del “si”, quelli del “fare”, in una giostra mostruosa dove anche le vittime credono di essere felici mentre chi ne gode sono i palazzinari, le imprese di costruzioni, gli amministratori corrotti, e tutto l’indotto in una folle corsa verso il baratro. Questo modello è storicamente perdente e le destre lo cavalcano con l’ilarità e la gioia di chi ha conquistato il monopolio della visione del mondo. Se non si parte da una revisione della Weltanschauung (visione del mondo), ci terremo questa brutta destra e la vedremo crescere per molto tempo. Il fallimento del PD italiano sta proprio nell’aver voluto fare politiche di destra dicendosi di “sinistra”. Alleluia!

Giornalismo e mercato

Anche la notizia è merce nella società dominata dal mercato. Così per attirare l’interesse di un lettore il giornalista che abita il mercato deve scovare notizie vendibili, ricamare su notizie appannate, rendere appetibili notizie poco digeribili a volte inventarle di sana pianta e spesso andare a ricamare su notizie che piacciono alla gente che piace. Così in questi giorni tornano sulle prime pagine dei giornali l’eroe negativo Corona, che fa notizia perché si fa selfie (autoritratto) appena uscito da galera, la Brambilla che si sente madre dei cani di Berlusconi, Berlusconi preso nel dubbio amletico se seguitare sul patto del Nazzareno oppure stringere un accordo con la Lega e “last but not least” anche l’Umbertone nazionale che piange per essere stato depotenziato dall’ultimo filo di potere residuo che deteneva nel suo partito. Il mondo giurassico che sembravamo esserci lasciati alle spalle ritorna prepotentemente a toglierci il sonno. Tutto questo succede forse per una giornalismocontrazione dell’enorme ego Renziano dopo la batosta delle elezioni amministrative?Il giornalismo del mercato fa quello che può, del resto deve vendere anche lui qualcosa per esistere, ma l’idea di reiterare trasmissioni sui Rom perché il tema piace a Salvini ( che gli fa guadagnare voti liquidi che vanno così come sono venuti), vedere trasmissioni sul tema dell’omosessualità gestita come un incontro di box tailandese, vedere i ricatti di Renzi sulla “pessima” riforma della scuola, sembra una marmellata che è specchio di un Italia smarrita che stenta a ritrovare una via che non sia solo una timida crescita economica. Forse, di Giornalismo 2questa Europa in crisi varrebbe la pena viaggiare per imparare il meglio di quello che nei paesi europei si fa: il giornalismo anglosassone, il sistema di trasporti svizzero, il welfare state dei paesi scandinavi e via così. Copiando e imparando il meglio che c’è sulla scena europea, forse anche all’Italia rimarrebbe impigliato qualcosa di virtuoso.

L’icona dell’ingiustizia

Il ministro Franceschini commenta che le proteste alla Scala di Milano creano un “danno di immagine all’Italia”. In effetti è piuttosto fastidioso che povertà, degrado, ingiustizia, malaffare, corruzione, sperpero di denaro pubblico, collusioni mafiose facciano indignare le persone proprio mentre il bel mondo esclusivo (nel senso letterale del termine) cerca di dare lustro all’Italia e alle sue serata con una prima sfavillante al teatro La Scala di Milano. Uno scandalo che non si riesca a tenere a bada l’indignazione, che non si riesca ad allontanare la rabbia, che non si riesca a reprimere i facinorosi che si permettono di protestare il loro disagio. conflitto
La serata della prima è l’icona dell’Italia dove la spaccatura tra benestanti e gente comune è arrivata ad un limite pericoloso e se ne vede la rappresentazione in tutta la sua drammaticità: vestiti di alta moda, personaggi della finanza e della politica, uomini e donne di spettacolo, imprenditori che si permettono una tranquilla serata di buona musica costruita con i talenti e il lavoro di italiani mentre dall’altra parte delle barricate si mescolano disoccupati a studenti, immigrati a gente che non ce la fa più, resa rabbiosa non solo dalla crisi che li ha stesi al tappeto ma dall’ulteriore umiliazione di scoprire ogni giorno di più che i soldi pubblici in molti casi servono per alimentare il sodalizio tra criminalità e politica, come un mani pulite infinito. Così dopo gli scandali di Milano expo, il Mose di Venezia, le ricostruzioni dei vari terremoti, mafia Capitale a Roma si fa presto a comprendere che il limite è stato superato. E mentre la politica si agita dentro le sue rigide logiche di gestione del potere e del consenso l’Italia naufraga, una volta di più nello sconforto e nel disincanto. In tutto questo un presidente del consiglio che si dice di sinistra fa le politiche che la destra non è riuscita a fare riesumando una terza via blairiana datata vent’anni, senza prospettare una vera visione e progettualità organica per lo sviluppo dell’Italia, sedendosi al tavolo con un pregiudicato inviato ai servizi sociali per gravi reati contro la collettività. Lo abbiamo già detto che la madre di tutti i problemi è la disuguaglianza sociale estrema e non ci GINI_Index_SVG.svgstancheremo di sostenere che fintanto che inseguiremo il mito del mercato libero che permette che un imprenditore prenda duecento volte di più del suo operaio le contraddizioni, i conflitti sociali e la rabbia dei meno abbienti non smetteranno di crescere. Scopriremo forse un giorno che è interesse di tutti vivere in una società più equa. Le statistiche mondiali misurate con l’indice di Gini (che misura la distribuzione della ricchezza in un paese) ci dice che la qualità della vita è più alta dove la distribuzione della ricchezza è più equa.